Migranti..persone, non numeri!

L’immaginario collettivo europeo conserva ancora spesso l’affascinante rappresentazione del migrante, dipinto come  moderno Ulisse in preda a impulsi e desideri di conoscenza. Il migrare nella cultura classica, infatti, era rappresentazione concreta di una sorta di estensione del sé, impresa concessa dagli dei a pochi superuomini, che rimane radicata nei miti della modernità. L’Ulisse del fatti non foste per viver come bruti, conserva in epoca moderna quella forza esplosiva di ricerca, continua e incessante, della verità.

Se la realtà dei migranti fosse ancor oggi così romanticamente idealistica, la sofferenza che è evidente nelle immagini alle quali, soprattutto in questi giorni, si è anestetizzati, sarebbe solo il prodotto di una pellicola cinematografica.

Le ragioni che spingono al viaggio forzato, quello non più dantesco, sono state sviscerate accuratamente da anni di ricerche accademiche sulle migrazioni, ciò che però è interessante evidenziare, è il protrarsi di un’interpretazione sommaria e comune alla migrazione stessa. Nonostante permangano nostalgiche rappresentazioni di italiani diretti oltre oceano con le valigie di cartone legato con lo spago, è largamente riscontrata una violenta raffigurazione delle nuove povertà, che vedono nel viaggio il sogno del riscatto. È emblematico delineare come si rinneghi la quasi coincidenza tra la storia di un Antonio qualunque di inizio ‘900 e quella di un Mohammed dei giorni nostri, ma questo contrasto è la prova della difficoltà del narrare una storia che si ripete ciclicamente, coinvolgendo volti diversi, nazionalità diverse e culture lontane.

L’Italia dimentica spesso la storia che ci ha caratterizzato fino agli anni ’70. Eravamo, all’epoca, un paese di emigrazione, la storiografia e la sociologia narrano, infatti, un vero e proprio esodo che si è diversificato in base alle diverse fasi di alta congiuntura economica dei paesi la cui offerta di lavoro potesse assorbire la nostra eccedenza di disoccupazione. Tra la fine del XIX e per gran parte del XX secolo, gli italiani, infatti, si sono diretti principalmente in America per insediamenti di lungo termine e in Europa del Nord, per stanziamenti più brevi, volti a risollevare situazioni economiche svantaggiate spesso con l’obiettivo di rientrare in patria.

Oggi, però, dimenticando il passato, consideriamo i migranti come numeri fastidiosi cui concedere un prezioso spazio sociale, quello che noi rifiutiamo di occupare, ovviamente. Quello dei lavori a bassa specializzazione, di insediamento nelle zone periferiche delle metropoli, metaforiche rappresentazioni dello stato di marginalità. Dimentichiamo che dietro quei numeri ci sono storie, le stesse che raccontavano i nostri connazionali esclusi insieme ai cani dai bar americani.

L’immagine dell’immigrato, purtroppo, è scaturita esclusivamente dall’evoluzione storica dei flussi, il linguaggio in tal senso aiuta a capire l’impatto avuto sulla popolazione italiana. Appellativi come ‘marocchino’ o ‘vucumprà’, per definire i venditori ambulanti, indipendentemente dalla loro nazionalità, rispecchia sia l’alta percentuale di presenze, 431.529 marocchini in Italia, secondo i dati del 2010 di Caritas/Migrantes, sia quel mancato processo di integrazione che spesso ha costretto gli immigrati a a impersonare le vesti dell’outsider.

Se la sociologia parla di pull and push factors, per spiegare le motivazioni che spingono il migrante a fuggire, noi, comuni ‘mortali’, dovremmo guardare agli sbarchi questi giorni con un occhio umano.

Fattori di spinta e attrattivi? E’ davvero così difficile immaginare quale siano le ragioni che spingono tunisini, egiziani e libici a lasciare i loro paesi in questo contesto storico? Abbiamo davvero bisogno che autorevoli interlocutori ci spieghino il vero significato del ‘sogno di salvezza’ delle persone in fuga? Salvezza che oggi più che mai risulta essere concreta e vitale.

A inizio febbraio, sono stata criticata per aver inveito contro un occidente cieco e distratto, che si sarebbe accorto delle rivolte del Maghreb, solo nel momento in cui il prezzo del petrolio si fosse alzato, sono stata tacciata di superficialità, eppure con rammarico consto che oggi siamo interessati al massacro libico per paura delle accise e delle ‘invasioni barbariche’.

La critica non è rivolta alle istituzioni, il silenzio dell’Europa sulla necessità di cooperare in questa emergenza umanitaria è pressoché palese, ciò che suscita disapprovazione è l’atteggiamento distaccato degli opinion makers nei confronti del dramma umano vissuto da individui in fuga da uno sterminio.

Pensare che possa essere sufficiente liquidare il nostro impegno schierandosi con le condanne dell’Unione Europea nei confronti di Gheddafi e del suo entourage (l’embargo del settore delle armi e di qualsiasi attrezzatura che possa essere usata contro la popolazione, il divieto di rilasciare i visti e il congelamento dei loro beni) sembra a dir poco riduttivo. Se l’Unione Europea deve agire secondo le strategie di politica internazionale, i cittadini comuni dovrebbero poter affermare, attraverso i canali di comunicazione ufficiali, non la rete che si è dimostrata il mezzo più umano, una profonda solidarietà e un interesse verso una comunicazione integra e integrale, dovrebbero farsi promotori delle voci che la dittatura sta silenziando a suon di bombe e colpi di arma da fuoco.

In quelle poche occasioni in cui la televisione, non i canali specializzati di informazione, si è rivelata umana, ho sentito donne raccontare di violenze sessuali subite per essere condotte in Italia, dimostrando ancora una volta la doppia subalternità delle donne migranti, ho sentito uomini raccontare la morte violenta di mogli e figli, madri e padri, amici e conoscenti. Ho sentito persone, esseri umani, quelli che con la generale indifferenza mediatica abbiamo trasformato in freddi numeri da annuncio sbarchi per il TG delle 20.00.

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