Quando la vittima è il carnefice: come una donna muore due volte

Stimata Redazione di Leggo.it,

scrivo in merito all’articolo di Gigi Fiore, “Imma uccisa a Terzigno, l’addio alla figlia del killer: “Amavo mamma, un giorno capirai” del 20/03/2018. Leggere questo articolo mi ha lasciata letteralmente senza parole, interamente focalizzato sul carnefice di Immacolata, sul suo “dolore”, sulla sua “disperazione”. Un articolo, a mio avviso, oltraggioso per la memoria di una donna uccisa dal marito solo perché aveva deciso di separarsi.

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Terzigno, Siracusa o qualsiasi altro luogo in Italia, una donna ogni 60 ore viene uccisa per mano del compagno e ci permettiamo di pubblicare su quotidiani, letti ogni giorno da milioni di persone, una simile lettura di un fatto che non è soltanto di cronaca nera, è un fatto che dovrebbe interessare prima di tutto la cronaca politica del nostro paese, perché, un Paese che si rispetti, dovrebbe quantomeno interrogarsi sulle ragioni sociologiche di un fenomeno così dilagante e così ripetitivo nelle sue forme e manifestazioni.

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Perché ognuno di noi sapeva che avrebbero ritrovato il killer morto? Perché ognuno di noi al ritrovamento di un cadavere di una donna, ha come primo pensiero il femminicidio? Perché, nonostante questo, si continua a guardare tutto ciò dalla prospettiva degli assassini, piuttosto che raccontare la tragedia della vittima? Perché citare familiari del carnefice,  legali del carnefice e tacere in maniera quasi faziosa il più piccolo commento di chi davvero ha subito la tragedia?

Perché divulgare l’idea che l’amore sia il movente di una simile barbarie? Perché perpetrare velatamente l’idea che non vi sia altra soluzione alla fine di una storia, se a subire questa decisione è un uomo? Avreste potuto narrare tutto ciò per decostruirlo, per scardinarlo e, invece, l’articolo si ferma lì, non insinua l’assurdità del retaggio secolare della proprietà maschile sulla donna, non denuncia la violenza che sottende simili gesti, anzi in qualche modo la compatisce, la commisera.

Perché tutto ciò? Perché questo paese non conosce altra prospettiva che quella patriarcale. Non si riesce ad accettare, più o meno apertamente,  che una donna possa lasciare il compagno, qualsiasi sia la motivazione della scelta. Ciò che stupisce ancor più che questa decisione non sia spesso incosciamente accettata anche quando la donna sia insultata, picchiata, minacciata e limitata nella propria libertà. Non si riesce semplicemente perché, accettando ciò, bisognerebbe radere al suolo un intero sistema che pone ancora al centro la concezione “archetipica” dei rapporti di coppia.

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Finché non ci renderemo conto che la violenza si insinua anche in un narrare distorto e fuorviante non riusciremo a sradicare un fenomeno che si fa via via più frequente e normalizzato.

Avremo imparato a chiamare questo tipo di omicidi con il loro specifico nome, ma gridare al femminicidio e poi scrivere frasi come “si è consumato il dramma di Pasquale, vittima di una scelta maturata nella notte di domenica” rende l’utilizzo del termine corretto quasi una beffa.

Per questo, stimata redazione, vi chiedo non solo di rettificare quanto scritto, ma di avviare un “protocollo” di narrazione del femminicidio che sia degno della memoria di chi viene barbaramente ucciso per aver osato non essere più cosa sua.

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Maternita come unico fine? No, grazie!

Dati Istat dimostrano un calo demografico nel nostro paese che non si registrava dal dopoguerra. Come riportato da molti quotidiani la mortalità supera la natalità,  il numero dei figli medi per donna è di 1,35 al 2015 che si conferma il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità. L’eta media delle donne al momento del parto è salita a 31,6 anni.

La notizia avrà sicuramente destato critiche e moniti nei confronti della popolazione femminile, levando appelli contro l’istruzione degli uteri a favore della ripopolazione del suolo natio. In passato, più volte si è sottolineata l’acredine nei confronti della popolazione femminile, considerata causa di uno squilibrio sociale profondo, più volte, inoltre, si è evidenziata la demagogica crociata condotta da raffinati analisti (da bar, aggiungerei) che hanno più volte esaltato il connubio tra erudizione femminile e calo demografico, narrando la riproduzione umana come un processo di partenogenesi.

Ciò che più mi rammarica è che spesso la retorica della Donna-Madre non parta dal fronte del ‘maschilismo radicale’ ma che impregni una consistente frangia della popolazione femminile, portatrice del vessillo della ‘Maternità come unico fine’. Sembra, infatti, che si strizzi l’occhio a quel modello femminile riconducibile alle passate generazioni, come se, fare dolci in casa, cucinare con piacere e stendere una lavatrice con gioia in stile Biancaneve, potesse contribuire a riportare equilibrio nel disordine mondiale o, ancor più, accreditare al singolo capacità di distinzione genitoriale.

Personalmente amo cucinare, detesto stirare e considero l’aspirapolvere la mia migliore amica, ma questo non fa di me una madre (quasi) perfetta – mi perdonerete di sicuro il cattivo rapporto con l’asse da stiro!  Ci pensavo proprio ieri quando la maestra di mio figlio 5enne, mi diceva, sorpresa, che, nonostante la presenza costante di noi genitori, il bambino spesso  abbia atteggiamenti di irriverenza e disobbedienza  nei confronti del vivere quotidiano scolastico.

In un lampo mi sono chiesta se ciò fosse mai accaduto alle madri M, a coloro che dal levar al calar del sole sono solite esaltare le fatiche quotidiane come le gesta di un cavaliere medievale.  Moderne paladine di un sistema che le fa regine di pochi metri quadri, che le confina mentalmente a blindare ogni possibilità del sé al dovere genitoriale.

La riforma del diritto di famiglia ha abrogato la patria potestà introducendo la potestà genitoriale, ma, se il diritto ha evidenziato l’arcaicità di un modello socio-culturale, parte della società- di ambo i sessi – ha recepito l’innovazione giuridica come una disgregazione sociale. Se da un lato la maggioranza ha accolto con favore l’abolizione dell’istituto della potestà maritale con la riforma dell’art. 144 del codice civile, una buona percentuale di persone ha ritenuto che la parificazione di diritti e doveri dei coniugi sia la fonte della disgregazione sociale così come della crisi del matrimonio in senso superficialmente tradizionalistico.

La società maschilista ha esaltato il ruolo riproduttivo femminile, ma non ha riconosciuto ancora alle donne la possibilità di essere pienamente individui. In passato sono state delegate alle donne le azioni relative al mantenimento dei rapporti familiari, come se questo fosse relazionato alla civetteria da salotto tipicamente femminile. Il collante dei rapporti sociali all’interno di piccoli gruppi era, quindi, parte dei compiti della donna, capace (o obbligata) di intessere e mantenere rapporti stabili e duraturi. Questa concessione, però, è stata forse la causa di un fiorire di attività sociali svolte dalle donne che, con il passare degli anni, hanno contribuito alla loro entrata nello spazio pubblico. Mi vengono in mente, per esempio, i comitati femminili anni ’50-’60 della borghesia americana, che forse hanno giocato un ruolo politico mai pienamente riconosciuto, capaci di indirizzare intere comunità verso cause politiche che non giocavano ruoli predominanti nelle agende istituzionali.

Rossella Bufano in Partecipazione politica delle donne e strategie di rete. Dai salotti, all’associazionismo al web, ha ben descritto il ruolo politico svolto dalle donne italiane in tempi in cui la partecipazione politica effettiva, cioè il voto, era loro negato[1]. La storia dell’emancipazione femminile non si è di sicuro conclusa, è un processo ancora in fieri che incontra mine sul suo percorso tortuoso e complesso, ciò che lascia a volte sorpresi è che il ritorno alle origini sembra essere evocato proprio dalle donne, che paiono sentirsi colpevoli di poter essere altro oltre a Madri.

La genitorialità, non la maternità, è una esperienza straordinaria. Se la gestazione è prerogativa esclusiva femminile, la genitorialità è qualcosa che va costruito giorno per giorno, insieme. Non ho mai pensato che l’esclusivismo fosse costruttivo e, fino a quando relegheremo oneri e onori genitoriali alle madri, a mio avviso, faremo un torto ai nostri figli.

La società di domani, il rispetto e il senso di diritti e doveri si insegnano sin dai primi anni, la felicità di essere madre non va né negata né repressa, ma la retorica idealizzante spesso è nemica proprio del bene che vogliamo proporre perché un modello di società che spersonalizza e omologa l’individuo fa sì che colui che non arrivi al modello richiesto possa dirsi perduto.

 

[1] «Fino al 1945, dunque, la partecipazione politica avviene al di fuori delle istituzioni, in quanto le donne sono escluse dal diritto di voto, attraverso salotti, club, associazioni, attività pubblicistica (periodici volti a rivendicare diritti politici e civili delle donne e ad attuare un’educazione alla politica delle donne), per poi essere assorbita dal Regime.»

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Esiste solo la madre M?

Mi  ero ripromessa di non scrivere più, non avevo avuto la forza di sopportare il ring della rete, ma qualcosa, da ieri sera, mi sta obbligando a riaprire un foglio bianco per sedimentare i miei pensieri.

L’argomento è sempre il rapporto imposto e soffocante tra Donna e Maternità, anzi tra donna e Madre. Madre con la M maiuscola, quella che secoli di cultura con occhi e bocca e mani maschili hanno dipinto,  cantato, plasmato e osannato.

Quello che sto per scrivere riceverà molte critiche perché sembrerà contraddittorio proprio perché sostenuto da una che due figli li ha, ma vorrei cercare di andare al di là delle barriere che ci costringono, vorrei sciogliere le corde che ci imbrigliano in ruoli che a volte mi sembrano costruiti come nel teatro di Pulcinella.

Cosa vuol dire essere Madre? Cosa vuol dire, soprattutto, tendere a quell’idea archetipica del concetto di Madre? Cosa è la Madre? Arriviamo a una età (si spera) matura e decidiamo di avere dei figli, fino a quel momento ognuna di noi ha vissuto la propria vita, le proprie esperienze e i propri sbattimenti. Ognuna di noi ha un carattere, eppure, una volta che la pancia comincia a crescere ci si aspetta che l’io che ci ha contraddistinto per tutta la vita precedente sia annientato dalla Madre.

Improvvisamente, per magia, dovremmo diventare pacate, risolute, affettuose, abnegate, socievoli, pazienti e, come se non bastasse, dovremmo acquisire tutti i principi della pedagogia per il solo fatto di vedere il nostro corpo modificarsi e sentire il bambino o la bambina crescere dentro di noi.

Il cambiamento fisico ed emotivo è innegabile, ma sfido chiunque di voi che non abbia avuto precedentemente, per altre ragioni,  una vita in mezzo ai bambini a sentirsi pronto a interpretare il ruolo.

Sì perché a volte sembra proprio essere così: un ruolo, una maschera, un decalogo da seguire con una certa nonchalance che non faccia trasparire paure e incertezze, stupori e preoccupazioni, eccitazione e inadeguatezza.

Come ho odiato le schiere del “si fa così” quando è nato il mio primo figlio! Come ho detestato coloro che sembravano aver passato nove mesi con la testa infilata in tutti i manuali del buon genitore! Come detesto, ancora oggi, chi sa cosa fare quando tuo figlio/a ne combina una più del diavolo e attribuisce a te ogni mancanza. E certo, sei tu la fallita! Non tu e colui con cui hai messo al mondo quella piccola peste, la fallita sei solo tu, perché questo che ti impone il teatro sociale: sei protagonista nei doveri e comparsa nei diritti.

Sì proprio tu, che alzi il dito verso coloro che decidono di non allattare, che vogliono tornare a lavoro presto, che sognano una baby sitter, che rimpiangono le serate con gli amici. Proprio tu che pensi che abnegandoti alleverai premi Nobel e salvatori dell’umanità, tu che vedi il vuoto esistenziale delle donne che non hanno fatto rigonfiare il loro ventre.

Tu, uomo o donna che sia, sei maschilista. Lasciatelo dire, lo sei perché questa cultura viene da lontano e impone qualcosa che un essere umano, a meno che non vi sia incline per carattere, non può essere. Vivere imponendosi di essere altro da sé, lasciando al genere maschile la possibilità di essere chi vuole perché si dice sia incapace geneticamente di sopportare il peso di alcune specifiche responsabilità è equivalente a mettersi una corda al collo e attaccarsi al giogo di un carnefice invisibile.  Se invece la tua natura ti porta alla completezza della maternità, al naturale sacrificio, che per te non è tale, tu sei un tipo di madre, ottima persona che farà del bene ai suoi figli, ma non la Madre!

Prendiamo in considerazione proprio l’allattamento, argomento spinoso che non tratterò da un punto di vista scientifico, ma emotivo. Ho amiche che non hanno allattato, per scelta o impossibilità,  neppure un giorno,  altre che allattano tuttora  figli tra un po’ maggiorenni, entrambe le categorie sono soggette a critiche sociali, entrambe, per ragioni diverse, vengono etichettate come egoiste, fanatiche e autoreferenziali, perché anche l’allattamento va bene quando lo fai i maniera equilibrata: 8/10 mesi, lontano da occhi indiscreti, senza fanatismi e senza ostentare troppo la tetta!

Così come lo svezzamento e l’alimentazione (prescindendo dai precetti scientifici) anche lì è facile imbattersi nei guru del ‘così si fa’. Davvero abbiamo così bisogno di omologarci per sentirci adeguate? Davvero pensiamo che esista un modo specifico per essere Madri?

Per molto tempo mi sono interrogata sui miei momenti di stanchezza, sulle nostalgie del tempo della libertà, perché, è ovvio, che se metti al mondo un essere umano la tua libertà verrà ridimensionata e i tuoi spazi ridotti. Ho riflettuto a volte con punte di auto colpevolizzazione sulla mia eventuale inadeguatezza alla maternità, ma non riesco a sentirmi incapace.

Non sono mai stata in grado di stare più di un’ora sulla stessa sedia senza almeno muovere il piede sotto il tavolo, ho sempre affrontato tutto con responsabilità e dedizione, ma nel mio modo con i miei tempi. Ecco, perché non posso essere una madre così? Perché se a volte sbuffo e dico ‘bambini ora basta a letto, mamma è distrutta!’ dovrei sentirmi incompleta? Perché se non mi butto a terra a giocare su un prato, a correre e fare sport con i miei due figli con entusiasmo sono una mamma che assolve solo ai compiti della loro sopravvivenza? Perché se in tutta la mia vita non ho mai amato i parchi, data la mia allergia, oggi dovrei considerarli unico luogo di divertimento, perché, soprattutto, quei pochi di voi che ancora staranno ancora leggendo, penseranno ‘che egoista, perché fa bene a loro!!’?  Vi chiedo, con una calma serafica che non mi contraddistingue affatto, perché non può essere il loro padre a fare tutto ciò?

Non riesco ad accettare che esista un unico tipo di figura genitoriale, rifiuto apertamente l’idea della completezza di un legame che si riduca esclusivamente al rapporto donna-bambino. Dove collochiamo i padri in tutto ciò?

Esistono padri che svolgono con disinvoltura tutte quelle attività che siamo soliti attribuire alla donna, ne esistono altri che ovviamente non hanno la stessa naturalezza, ma a mio avviso, ciò fa parte della bellissima varietà che rappresenta il genere umano. Ciò che mi è sempre sfuggito è che se il padre divide equamente i compiti con la madre, allora, di certo, sarà per sopperire le mancanze della ‘madre incompleta’.

La ‘madre incompleta’ non merita la M maiuscola, la ‘madre incompleta’ non merita i plausi di chi la incontra in strada, perché sì la ‘madre incompleta’ la sgami appena apre bocca! In un parco, quel famoso parco di cui sopra in cui alla fine è costretta ad andare se non vuole che qualcuno chiami i servizi sociali, verrà subito individuata. Appena si metterà a conversare con le altre mamme non tirerà fuori il biglietto scritto da suo figlio per la sua festa, non racconterà l’ultima marachella di sua figlia..no! Oserà magari parlare di sé e di quell’idea che le è venuta in mente la scorsa notte. Oserà dire che sua figlia, no non la veste tutta fiocchi e fiocchetti perché a lei non sono mai piaciuti, ma che se crescendo lei li chiederà, ovvio che non dirà nulla in merito. La ‘madre incompleta’ non conosce tutte le scuole del circondario con annessi luoghi ricreativi e ludoteche. La ‘madre senza M’ si dice apertamente stanca e vede subito l’occhiata di della ‘madre M’ che la fulmina.

Sia chiaro io stimo le ‘madri M’, in realtà io stimo chiunque si senta appagato con se stesso. Ciò che mi fa diventare acida e insopportabile sono le contrapposizioni e le etichette e questo senso di univocità che la società e la cultura impongono alla donna.

Non possiamo lamentarci che ancora si dica ‘gli uomini vogliono le donne perfette’ (categorizzazioni che ho sempre trovato infantili) se noi stesse ci imbrigliamo e imbrigliamo le nostre simili in categorie predefinite. Se tu madre come me, ti senti realizzata per la tua maternità, me ne compiaccio e gioirò per te, ma io non sono Mamma Meno se penso che la mia vita debba essere anche altro.

Io amo i miei figli e nessuno potrà mai dimostrare il contrario anche se spesso, sbuffando tra me e me, mi faccio scappare un ‘non ce la faccio più’! Io non ho alcuna depressione o esaurimento, sono semplicemente me stessa e mi piacerebbe che riflettessimo sulle conseguenze comuni di erigere barriere e di sparare etichette come con la prezzatrice.

E’ un piccolo gesto, ma per molte donne vale la libertà.

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One Billion Rising: lotta con tutto il corpo..a suon di musica!

Sicuramente lo saprete, ne avrete di sicuro sentito parlare..One Billion Rising l’evento mondiale che si terrà il 14 febbraio 2013.

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Marta Mason – Attaccante del Verona Calcio Femminile

Nel 15esimo anniversario del V-Day si invitano le donne a partecipare a un flash mob mondiale per danzare contro la violenza. Per quanto, a molti, possa sembrare un evento ‘ricreativo’, la proposta ha in sé, ovviamente, una forte valenza simbolica e politica.

Il V-Day è un movimento globale che  nacque con l’intento di combattere la violenza sulle e sulle bambine, ma è anche un catalizzatore di eventi per promuovere sia la raccolta dei fondi sia per mantenere sempre viva l’attività delle organizzazioni che si occupano di violenza.

One Billion Rising*, quindi, nasce all’interno della volontà programmatica di questo movimento, per ricordare che la lotta contro la violenza di genere può essere anche lotta creativa, lotta danzante.

SE UN MILIONE DI DONNE E’ UN’ATROCITA’…

UN MILIONE DI DONNE CHE BALLA E’ UNA RIVOLUZIONE!

In tutta Italia le associazioni che aderiscono a One Billion Rising stanno organizzando anche incontri di preparazione all’evento.

Con molto piacere, per chi abita a Roma, segnalo l’appuntamento di sabato 9 febbraio (qui potete trovare la pagina Facebook dell’evento) , presso la Libreria Spazio Culturale “Liberi di..” – dalle h. 15.00 all’1 a.m –  a piazza Santa Maria Liberatrice 46 (Testaccio). Se ancora non avete informazioni su One Billion Rising questa è l’occasione giusta per ricevere indicazioni…non conoscete i passi? Non c’è problema! La libreria e LEI – Donne in Movimento – organizzano una prova generale  con l’insegnante di Afrodanza  Barbara Mousy, offrendovi, inoltre, percussioni live dei Konkoba. L’evento, infine, si concluderà  con il girotondo di Laboratorio Donnae.

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Si ringrazia Flavia Cappellini per le informazioni ricevute e per il materiale fotografico.

*Per approfondimenti su One Billion Rising vi consiglio la lettura di questo articolo pubblicato su Reset

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Manifesto di D.i.Re donne in rete

Posto con piacere il manifesto di  D.i.Re ricevuto dall’Avv. Carrano in cui vengono presentate, in cinque punti programmatici, le richieste al futuro governo da parte dell’associazione nazionale dei centri antiviolenza italiani in materia di prevezione e di contrasto alla violenza sulle donne, fenomeno drasticamente in aumemento.

MANIFESTO

dellAssociazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza

 Cinque richieste politiche  rispetto alla violenza contro le  donne, cinque punti che non devono mancare nel programma politico del futuro governo!

Lo chiede l’associazione  nazionale D.i.ReDonne in Rete contro la violenza, che presenta il proprio Manifesto contro la violenza sulle donne e chiede alle future e ai futuri parlamentari, alle donne e agli uomini del futuro governo, che siano assunti impegni precisi contro un fenomeno che in Italia ha numeri significativi ma scarse risorse per arginarlo. Sono 124 le donne uccise nel 2012, e 14mila quelle che si rivolgono, ogni anno, agli oltre sessanta centri antiviolenza aderenti a D.i.Re. Dati che rappresentano solo una minima parte del fenomeno, in assenza di un osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne e il femminicidio e servizi adeguati e sufficienti che possano anche documentare i casi cui offrono aiuto.

Degli oltre sessanta centri aderenti a D.i.Re, solo un terzo ha finanziamenti adeguati per continuare la propria attività grazie a convenzioni con le istituzioni locali. Solo con enorme impegno volontario e responsabilità  politica gli altri Centri resistono per contrastare questo fenomeno gravissimo per tutte le donne e la società intera.

D.i.Re rilancia l’allarme sui tanti Centri Antiviolenza/Case Rifugio che rischiano di chiudere a causa dei tagli alle politiche sociali e al welfare che colpisce maggiormente donne aumentando le disuguaglianze di genere. Disuguaglianza che incrementa la violenza contro le donne in Italia.

Cosa chiediamo al futuro governo

Da anni D.i.Re chiede politiche e interventi seri e duraturi su tutto il territorio nazionale e ora, questi cinque punti, ne sottolinea le questioni più urgenti:

  • immediata ratifica della Convenzione del Consiglio dEuropa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) con l’adozione delle misure prescritte con interventi concreti e duraturi anche nel programma finanziario di Governo.
  • rinnovo del Piano nazionale contro la violenza alle donne del novembre 2010, con garanzia di stanziamenti economici adeguati e costanti ai Centri antiviolenza/Case rifugio su tutto il territorio nazionale anche da parte degli enti locali e riconoscimento del livello essenziale di assistenza sociale (LIVEAS) per la violenza contro le donne.
  • coinvolgimento di D.i.Re come referente nazionale e locale nelle azioni di prevenzione, di formazione e di contrasto sul tema della violenza maschile contro le donne
  • .rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea sulla violenza contro le donne su tutto il territorio nazionale e in sinergia tra i diversi attori pubblici e i privati specializzati.
  • promozione di campagne di sensibilizzazione nazionali e locali per contrastare la violenza maschile contro le donne, rivolte a tutta la popolazione e in particolare agli uomini, vigilando su ogni forma di comunicazione offensiva della dignità delle donne.

                                                                                                                                                            28 gennaio 2013

D.i.Re Donne in Rete contro la violenza

Casa Internazionale delle Donne  – Via della Lungara, 19 – 00165  Roma,  Italia

Cell 3927200580 – Tel 06 68892502 – Fax 06 3244992 – Email direcontrolaviolenza@women.it

www.direcontrolaviolenza.it

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Firmate la petizione ‘Mai più violenza sulle donne!’

Ricevo la segnalazione dall’Avv. Titti Carrano (che avete conosciuto in questo blog per l’intervista sulla PAS), ho il piacere di contribuire a diffondere:

L’associazione nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, denuncia la 105^ vittima di femicidio in Italia dall’inizio del 2012 e lancia un appello: Carmela, morta a diciassette anni per difendere la sorella dalla violenza dell’ex fidanzato, sia l’ultima vittima. La violenza sulle donne non è una emergenza ma è un fenomeno strutturale di una societa’ che pone uomini e donne in una relazione di disparità. Lo denunciamo da anni e non è più tollerabile che in un Paese che si definisce civile, le violenze sulle donne e i femicidi avvengano nell’indifferenza della società e della politica. 

Ci appelliamo al Governo italiano, al Parlamento e alla società civile, affinché in tempi brevissimi sia ratificata nel nostro ordinamento, la Convenzione del Consiglio d’Europa firmata ad Istanbul, che vincola i Paesi aderenti ad azioni ed iniziative importanti di contrasto alla violenza sulle donne, sia finalmente attuato il Piano Nazionale Antiviolenza e si sostengano con finanziamenti adeguati, tutti i centri antiviolenza aderenti alla Rete Nazionale. 
Le violenze sulle donne e i femicidi non sono un destino inscritto nelle vite delle donne, ma sono cronache di morti annunciate nel vuoto politico e nel silenzio di un Paese che sembra non avere più coscienza.

I primi firmatari dell’appello: Riccardo Iacona e Serena Dandini

Firmate la petizione e per favore diffondete, una firma può fare la differenza!

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Un giornalista può chiamare qualcuno “frocio”, “puttana”, “negra” senza pagarne le conseguenze?

Da Women must go on @Linkiesta.it 

Negli ultimi giorni il blog Un altro genere di comunicazione ha sollevato nuovamente la questione dell’utilizzo frequente da parte dei media di un linguaggio assolutamente non consono alla presentazione di fatti di cronaca nera. Le blogger, da sempre attive nel monitorare la stampa nazionale, hanno sollecitato i lettori a rivolgersi direttamente all’Ordine dei Giornalisti per chiedere provvedimenti, in particolar modo, in merito a due pubblicazioni avvenute negli ultimi giorni.
Grazie al lavoro certosino di queste donne (e all’approfondimento di Luisa Betti) scopro che uno dei due articoli è ad opera di uno dei miei autori preferiti: Camillo Langone.
Pensavo che dopo le numerose critiche (qui la mia) subite, in merito all’articolo sul rapporto inverso tra istruzione femminile e procreazione, avesse adottato uno stile più mite e sobrio. Ma pensando, (cosa che le donne non dovrebbero fare immagino) sbagliavo.
La preghiera del 23 agosto segnalata da UADG supera di gran lunga la dissertazione su libri, fecondità e immigrazione: ha dell’irreale (come, d’altra parte, la maggioranza degli articoli contenuti nella sezione gestita dall’autore su Il Foglio).

Di seguito si riportano screenshot raccolti scorrendo velocemente i post che si susseguono all’interno della rubrica.

Un sari sarebbe meno grave: non istigherebbe all’omicidio, soltanto alle lesioni

Le donne dovrebbero essere durissime con questi renitenti al dovere, parassiti che non vogliono saperne di renderle amanti e madri: e invece simpatizzano con i mutilatori della loro femminilità.

Ridurre i costi è facile, basta aumentare l’utilizzo del cervello: e il cervello dice che che il lavoro pubblico femminile è in gran parte inutile e quindi nocivo.

I froci di destra. (Chi sono i froci di destra? I froci che froceggiano in privato senza pretendere applausi e riconoscimenti pubblici).

Sessismo, omofobia, violenza, razzismo e misoginia, sono solo pochi degli
suggerimenti, poco impliciti, che possiamo ottenere dall’autore. La domanda che sorge è esattamente la stessa che ha spinto le blogger a sollecitare la mail bombing all’ODG: può tutto ciò essere considerato libertà di stampa?

L’articolo 9 del Codice Deontologico  del giornalista recita:

Tutela del diritto alla non discriminazione

1. Nell’esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali.

Qualunque persona pubblichi in rete deve, se non vuole essere perseguito, rispettare le norme indicate prima di tutto nella Costituzione, poi dall’Ordine anche nel caso in cui non ne faccia parte, poiché pubblicare significa diffondere e condividere informazioni che i lettori potrebbero anche considerare dogmatiche.
L’Ordine, qualora non volesse intervenire formalmente dovrebbe, quantomeno, spiegare perché decida di non farlo: il silenzio potrebbe, infatti, istillare nella mente di qualcuno l’idea che appellativi come ‘frocio’, ‘negra’ o ‘puttana’, siano stati istituzionalmente bonificati in nome della libertà di stampa. Libertà, a questo punto, più grande anche del diritto a non essere discriminati dal primo ‘autore’ che, di mattina appena sveglio, dopo una notte insonne e per nulla riposante, decida di riversare il suo astio contro il mondo, su coloro che, fino a poco fa, venivano definiti esseri umani con pari dignità e diritti da papelli senza senso ideati da gentucola massificatrice che ebbe l’ardire di definirle Dichiarazioni Universali.

 

Questo articolo è stato pubblicato su Tafter.it

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Lydia Cacho: la giornalista lascia il Messico per nuove minacce di morte

Da Women must go on@Linkiesta.it

Apprendo da poco, grazie a GiULiA che Lydia Cacho, giornalista messicana impegnata nella lotta per i diritti delle donne e nella difesa dei minori dallo sfruttamento pedopornografico, è stata costretta a lasciare il Messico per nuove violente minacce di morte.

Sono anni che Cacho subisce la violenza dei potenti per non aver avuto paura di denunciare una fitta rete di  sfruttamento della prostituzione minorile e la tratta di esseri umani in Messico ad opera di imprenditori e politici (per approfondimenti Lydia Cacho,  Memorie di un’infamia, ed. Fandango, 2011).

Lydia Cacho è una donna coraggiosa che ha saputo creare, con l’aiuto di molte persone altrettanto valorose, una rete a sostegno delle donne e ragazze vittime dello sfruttamento sessuale. Cacho è un esempio di altruismo e di impegno e, come già successo per Rossella Urru, suscita profonda ammirazione per la grande umanità che l’ha spinta al sacrificio personale, in nome di valori improcrastinabili.

Se, come si legge nei suoi libri, spesso le istituzioni messicane hanno insabbiato il suo lavoro e le sue indagini (arrivando addirittura ad arrestarla) al contrario colleghi, operatori del sociale,  avvocati e persone comuni hanno saputo sostenere l’impagabile volontà e forza d’animo della scrittrice.

I valori da lei difesi, a rischio della vita, sono stati quindi assunti da una comunità priva di potere politico, ma detentrice di un potere di comunicare con le persone che ha fatto vacillare il silenzio imposto dalle autorità messicane. Lydia Cacho e i colleghi CIAM di Cancún (organizzazione senza scopo di lucro che promuove i diritti umani, l’uguaglianza e si adopera per sradicare tutte le forme di violenza di genere) hanno avuto la capacità e la tenacia di attirare l’attenzione e scatenare una notevole eco su vicende che i media ufficiali, per ragioni a volte impronunciabili, stentano a diffondere.

Possiamo noi aiutare oggi Lydia di Cacho, ripagandola in qualche modo del suo impegno? Se per Rossella Urru la rete ha avuto il merito di diffondere informazioni sul suo rapimento, per Lydia Cacho potrebbe arrivare a obbligare i media a parlarne e, conseguentemente, le istituzioni internazionali a impegnarsi nella difesa del sacrosanto diritto di una cittadina onesta di poter vivere nel proprio paese, perseguendo, una volta per tutte, i responsabili del calvario che Cacho subisce da anni, soprattutto da quando, nel 2005, ha pubblicato il libro I demoni dell’Eden.

Ho da poco proposto su Twitter di diffondere l’hashtag #LydiaCacho per pubblicare le notizie riguardanti l’esilio forzato della giornalista. Non servirà a molto, è ovvio, ma se ognuno di noi pubblicasse solo poche parole al giorno delle denunce fatte dalla giornalista, forse il silenzio imposto dalle autorità messicane potrebbe essere finalmente rotto.

E io comincio da qui: “Possono cancellarmi dai media, possono anche eliminarmi fisicamente. Quel che mai potranno negare è l’esistenza di questa storia, eliminandola mia voce e le mie parole. Finché sarò viva continuerò a scrivere, e finché scriverò continuerò a essere viva”. (da Memorie di un’infamia, pag 258).

 

 

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Ogni promessa è un debito: Caro Kahlun ti spiego perché ti ho accusato di sessismo

Da Women must go on @Linkiesta.it

Apro Twitter e mi imbatto in un post del blog Donne Viola sulla bellezza e l’imperfezione e sulla necessità di eliminare lo stereotipo che il corpo femminile sia un elemento da perfezionare, modellare e plasmare. Un post breve, ma denso, contrariato dalla mostra in vetrina in rete dei lati B dell’estate.

Poco dopo scorro ne trovo un post del ‘collega’ blogger Vito Kahlun. Ignara del contenuto, ma fiduciosa verso l’autore che seguo spesso, mi collego alla pagina del blog. Qui, però, con stupore e delusione trovo un decalogo sessista e stereotipato di consigli, da parte dell’autore, alle donne. Ho cercato di argomentare le mie critiche direttamente (perché il bello della rete è dibattere civilmente) all’autore via Twitter, ma i pochi caratteri hanno reso l’impresa ardua.

Quello che volevo comunicare all’autore che è che, a partire dal linguaggio utilizzato (fortemente incentrato su una visione maschile della donna), il suo post è percepibile come sessista, nonostante l’intento, a quanto obiettatomi direttamente da Kalhun, può essere quello di liberare la donna dalle catene di non si sa quale auto-imposizione.
Affermare che la donna sia prigioniera di schemi precostituiti, è cosa su cui concordo pienamente, ma ipotizzare che sia la donna stessa a costruire schemi limitativi a se stessa e alle proprie potenzialità sembra paradossale. Anche perché leggere “se aveste una vetrina in cui mettere in mostra una parte di voi, davvero ci mettereste le tette?” è manifestazione di una donna subordinata alla necessita si catturare l’attenzione di un occhio esclusivamente esterno e maschile: merce offerta al miglio offerente.

Spesso ci si è interrogat* sull’ipotetica complicità al sistema patriarcale delle donne che si prestano a pubblicità lesive della dignità femminile, ma si è sempre arrivat* alla conclusione che se il sistema mediatico bombarda l’utente di immagini relative a un’unica strada per le donne, la libertà diventa difficilmente raggiungibile.
I consigli del nostro autore, a mio parere quindi, liberano la donna imbrigliandola in una nuova maglia ideata da un creatore ancora una volta ‘uomo’.
La libertà è ciò che consente a un individuo di scegliere chi essere liberamente senza aderire a schemi precostituiti, tra i quali puttana, suora o monachella, morigerata, timorata di Dio, donna da scopata e donna da matrimonio.

In Jane Eyre, Charlotte Brontë fa prevalere la protagonista (descritta come dai lineamenti pronunciati) alla bellissima Blanche Ingram sul cuore di Rochester, non per esaltare la moralità dell’eroina, ma per proporre un nuovo modello di donna in cui intelligenza voglia dire consapevolezza di avere il diritto di autodeterminarsi.
Molti si chiederanno (giustamente) cosa c’entri Jane Eyre con il post di Vito Kalhun, rispondere tranquillamente nulla, ma è la seconda cosa che ho pensato quando ho letto il passaggio “Gli uomini una come Belen, nella maggior parte dei casi, non se la vogliono sposare…”. (il primo è stato “agli uomini piacciono le bionde ma poi sposano le more” che mi ha sempre fatto pensare a un tentativo di scatenare l’invidia delle more – tipo le Barbie scure che erano sempre meno importanti – nei confronti dell’iconicizzazione operata in favore delle bionde). Mi è venuta in mente Jane Eyre perché apparentemente potrebbe rispondere all’auspicio di un modello morigerato e velato auspicato da Vito Kahlun, ma al contrario rappresenta l’idea (all’epoca rivoluzionaria) di donna libera dal vincolo di s-vendersi per ottenere un matrimonio conveniente.
Paradossalmente se Charlotte Brontë auspicava una donna in grado di decidere del proprio destino, in grado di comportarsi alla pari dell’altro sesso (cosa quasi blasfema per un mondo a misura d’UOMO) utilizzando l’espediente della sua non bellezza solo come dettaglio iniziale per catturare l’attenzione del lettore dell’epoca, abituato a sognare eroine belle e di alto lignaggio come sole elette ai migliori matrimoni nobili, per poi introdurlo verso l’idea che la donna possa pretendere di creare se stessa liberamente anche – e, forse, soprattutto – al matrimonio.

Le “donne di Vito Kahlun” potranno forse ispirarsi al modello “Eyre” da istitutrice super velata, ma il loro velarsi sarà esclusivamente finalizzato a entrare nella categoria brave ragazze da sposare..esattamente tutto l’opposto di quello che Charlotte Brontë voleva per le donne nel 1847!
Come scrivevo a Vito Kahlun, non esistono donne da sposare e donne con cui fare sesso perché non vorrei che passasse l’idea (nonostante le premesse dell’autore di non voler osannare la monachella) della riedizione dell’angelo del focolare, icona della famiglia, del matrimonio e, ovviamente, della maternità.
Una come Belén (espressione, a mio avviso, irrispettosa e categorizzante), sembrerà strano, ma può impersonificare sia ‘quella’ della farfallina sia, se lo vorrà (e qui torna il nodo centrale della questione) moglie esemplare, perché gli esseri umani, nella vita reale, non recitano a soggetto!
Come più volte detto in questo blog, non esistono donne buone e donne cattive, né esistono modelli positivi e modelli negativi. Il problema, piuttosto, è che si parli più di ‘culi, tette o zinne’ sui quotidiani che della crisi in Siria…
Varrà forse il vecchio detto ‘tira più un….’? Riguardo agli omissis..a buon intenditor poche parole!

P.s. Tutto ciò, senza polemica (e con il dubbio di essere pesante!), ma soprattutto non come critica personale a Vito Kahlun che stimo. Era solo un tentativo di cercare di spiegare meglio la mia allusione al sessismo fatta direttamente all’autore.

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Bentornata Rossella Urru!

Da Women must go on @Linkiesta.it

Rossella Urru è libera! La conferma, arrivata direttamente dal Ministro Giulio Terzi, ha scatenato la gioia non solo di Samugheo (paese di Rossella), della sua famiglia, ma anche di tutte quelle persone che da ottobre stavano aspettando la sua liberazione.

Dopo la divulgazione in marzo della liberazione della cooperante e la successiva smentita da parte delle istituzioni, l’entusiasmo per la notizia odierna è stato soffocato fino all’arrivo della conferma della Farnesina.

Il caso di Rossella Urru, come quello di molte altre persone rapite nel mondo (come Giovanni Lo Porto catturato a gennaio in Pakistan), ha risvegliato nella gente un senso di profonda condivisione nei confronti della sorte della ragazza.

Molti in rete, nella speranza di tenere alta l’attenzione sul caso, hanno adottato l’immagine di Rossella come foto del profilo nei social network, facendo “voto” di non toglierla fino alla sua liberzione. Oggi, con molta gioia, torniamo alle nostre identità, quasi sentendo un senso di allontanamento da una persona cara. Ma, come già detto mesi fa nel Blogging Day per Rossella (lanciato da Sabrina Ancarola), Urru è stata un simbolo di pace, una speranza di miglioramento, perché ha rappresentato quel coraggio di voler cambiare il mondo dal basso,  producendo negli altri quella sana umanità che colpisce per empatia e che ha reso possibile per molti, oggi, il riscoprirsi capaci di commovuoversi dopo aver appreso che l’incubo di Rossella, dopo nove lunghi mesi, è finito.

Personalmente, ammetto di essermi sentita stupida e felice al tempo stesso nel vedere la pelle accaponarsi e sentire gli occhi riempirsi di lacrime nel leggere la notizia della conferma di Terzi. Ho pensato alla felicità (quella vera) dei parenti di Rossella e mi sono vista un po’ come quei mitomani che cercano sempre di essere in prima fila negli eventi pubblici. Ma poi con grande gioia (e poco stupore) ho “incontrato” molte persone che avevano avuto la mia stessa emozione e ho capito che Rossella Urru in questi mesi ci ha regalato qualcosa che in questi tempi è un bene prezioso: un po’ di sincera solidarietà collettiva.

Sarà stata l’espressione (visibile dalle foto) di chi prova gioia nel fare per gli altri o la semplice insofferenza nei confronti dell’ingiusto destino che punisce chi si dà, fatto sta che Rossella Urru è entrata nei cuori delle persone, facendosi spazio e lasciando qualcosa.

Rossella, ci ha reso un po’ più umani e per questo, ringraziandola, le auguro di poter riabbracciare la sua famiglia, nella speranza che anche Lo Porto possa fare presto lo stesso.

Bentornata Rossella!

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