15 gennaio 2011….il primo… – Quando la violenza sulle donne è ‘Made in Italy’ –

I fatti di cronaca nera di Genova e Arluno offrono un triste spunto di riflessione sulla persistente violenza di genere in Italia. Il 2011 si è aperto, infatti, con due efferati omicidi, le cui vittime sono ancora una volta donne, uccise barbaramente dal partner secondo lo schema, ben noto, dei delitti che la stampa chiama erroneamente ‘passionali’. Tali delitti, così come quelli d’onore, sono tuttora temi di attualità; sembra, infatti, che queste macabre ‘tendenze’ siano destinate a proseguire. I retaggi della ‘vecchia cultura’ sono purtroppo ancora di moda nel maschio italiano, che fonda, nel possesso, la liceità della violenza perpetrata sulle compagne.

Recenti statistiche effettuate dalle Pari Opportunità della regione Emilia Romagna, hanno confermato i dati dell’ultima ricerca Istat in merito. La pubblicazione dell’istituto, che risale al 2006, si basa su un’indagine sul campo a livello nazionale. L’analisi si è svolta su un campione di 25.000 donne, di età compresa tra i 16 e i 70 anni, rilevando dati apparentemente inattesi. Sono risultate più colpite dal fenomeno le donne delle regioni del Nord e del Centro, scardinando un primo tassello delle analisi sociologiche ‘fai da te’, che considerano maggiormente a rischio le donne del Sud Italia, a causa di un teorizzato disagio sociale più diffuso. La ricerca riporta che circa 4 milioni di donne italiane hanno subito violenze fisiche, dato, che aumenta notevolmente per quelle sessuali. I principali responsabili di questa barbarie sono i partner, che con un calcolo intuitivo non possono che essere di nazionalità italiana.

In un’epoca in cui la comunicazione gioca un ruolo fondamentale nella produzione dell’opinione pubblica, i fatti di cronaca di Genova e Arluno, sono percepiti dall’opinione pubblica come indipendenti dal tema della violenza sulle donne. Nonostante continuino a rispondere alla logica ancorata alla proprietà privata di un corpo femminile da parte di un uomo, non sembrano scandalizzare i ben pensanti, come accadrebbe se a commettere il crimine fosse uno straniero. Sarebbe quasi inutile fornire esempi di cronaca che hanno visto come protagonista un uomo di altra nazionalità; si può quasi dare per certo che qualsiasi lettore ricorderebbe numerosi esempi, da quelli interni alle comunità immigrate a quelli che coinvolgono un aggressore straniero e una vittima italiana. Il più eclatante, per gli effetti che ha prodotto sulla città di Roma, è l’omicidio di Giovanna Reggiani uccisa nel 2007 da Romulus Nicolae Mailat, di nazionalità rumena, condannato all’ergastolo dalla Cassazione, nell’aprile 2010. La morte della donna instaurò un vero e proprio clima di terrore nella capitale, che però, allo stesso modo, non è insorta, quando la scorsa estate Maricica, l’infermiera rumena, residente nel nostro paese, è stata uccisa in metropolitana da un italiano, Alessio Burtone, per una banale lite per l’acquisto dei biglietti. Sarebbe sociologicamente interessante analizzare l’approccio dei media nei confronti delle due vicende, partendo dalla semplice osservazione del rispetto rivolto alla vittima italiana, esemplificato dal fatto che tutte le testate hanno sempre citato la donna come la ‘sig.ra Reggiani’, cosa che non si può dire per Maricica, di cui pochi lettori ricorderanno il cognome.

La partita dell’integrazione si gioca anche in questo campo, ribadendo la convinzione che nessuna violenza sia ammissibile e che non esistano giustificazioni a essa, basate sulla nazionalità dell’aggressore. Non si può attribuire la violenza italiana all’inottemperanza alle leggi del codice penale e quella straniera alla violazione dei diritti delle donne. Qualsiasi uomo decida di disporre liberamente di una donna, del suo corpo e della sua psiche, deve essere perseguito e condannato, senza attenuanti del caso.

La lotta per la definitiva liberazione delle donne potrà sembrare anacronistica ai più, ma la frequenza con cui nel mondo si registrano fenomeni di subordinazione fisica e metafisica, per così dire, delle donne fa sì che non si possa considerare ancora chiusa la partita. Ciò che più rammarica, in vicende per loro natura drammatiche, è che gli opinion makers lasceranno le vittime della violenza, tutta Made in Italy, nel dimenticatoio delle strategie comunicative.

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