16 febbraio 2011 – Tanti anni per che cosa? Come aver mal interpretato un secolo di battaglie per l’emancipazione. –

La cronaca scandalistica richiama alla memoria tempi troppo lontani, nemmeno nei lupanari dei romani le donne erano considerate così tanto alla stregua di un oggetto, almeno all’epoca, la cosiddetta professione era considerata socialmente utile!

Il ruolo sociale della donna-meretrice è ampiamente documentato in pagine e pagine di storia al maschile, se pensiamo solo alle pratiche sessuali, anche lì abbiamo prova di come il piacere fosse considerato in senso unilaterale.

Passati secoli di lotte clandestine, di dure battaglie per l’emancipazione, le figlie della generazione ’68 mal interpretano la libertà conquistata.

Riparlare ancora una volta di Ruby, della D’Addario e della sfacciatissima Nadia, sarebbe a mio avviso fare pubblicità gratuita e sinceramente non sento questo spirito altruista di promozione, ma sicuramente è meglio elencare, con orgoglio di genere, le numerose donne che ci hanno regalato la libertà. Le pioniere dei nostri diritti, le paladine delle nostre verità, che molte donne rifiutano e  rinnegano come madri.

Sibilla Aleramo scrive in Una donna: «“Femminismo! esclamava ella “Organizzazione di operaie, legislazione de lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico….Tutto questo sì è un compito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna! […] “Agire! Questa la vera propaganda!».
Cosa è successo alle ragazze? Dove sono finiti ideali e voglia di affermazione? Perché il modello ‘bambola gonfiabile’ attecchisce più di Marie Curie? Perché tante donne che hanno partecipato alle manifestazioni del 13 febbraio, lamentano una scarsa partecipazione delle giovanissime?
Ricordo quando ero bambina, mia nonna mi diceva sempre di non sporgermi dalla finestra, la testa avrebbe mandato a nozze la forza di gravità e sarei finita giù, povera nonna, se fosse ancora viva dovrebbe consigliare lo stesso alle milioni di donne siliconate, quelle che pensano che essere come si è, sia banale. Nulla contro la chirurgia, anzi, qualsiasi innovazione rende l’umanità più ricca e consapevole del gran dono che la natura le ha fatto…il cervello!

Durante i preparativi alla manifestazione, è stata più volte sottolineata la volontà di non dividere le donne in buone e cattive, ma non ci si può esimere dal contrastare un modello che riduce di nuovo la donna a mero strumento di soddisfazione sensuale e sessuale, nascondendosi dietro l’illusione di avere il totale controllo della situazione.
È questo che vorrei ricordare alle mie colleghe donne, a tutte coloro che lottano quotidianamente per conquistare, onestamente, un posto di utilità sociale e pubblica, a tutte coloro che amano la loro essenza, che considerano la maternità emancipazione e potere. A tutte loro dico, ricordiamoci delle Aleramo, delle Curie e anche delle Fallaci che spesso suscitano sentimenti contrastanti, lottiamo con tutte le nostre forze contro le arrampicatrici sociali, contro ogni donna che veda nel denaro l’unico obiettivo perseguibile nella vita, ma attenzione non disprezziamo il nostro essere donne, non snobbiamo il mettere in evidenza ciò che più ci caratterizza, foss’anche una cicatrice in volto, come nel caso della sottoscritta. Non disprezzando anche le stupide pavonerie, facciamo sì che un giorno le nostre parole saranno ricordate per l’impatto che produssero, perché come diceva il buon vecchio Alfieri…la penna può ferire più di una spada!
Sibilla Aleramo, Una donna, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2009, pag 116.

 

 

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