19 febbraio 2011 – Donne forti. Spunti di riflessione in un periodo di risveglio. Per generare un futuro diverso per tutte noi. –

La protesta, per la quale le donne sono state messe sotto accusa in questi giorni  per le manifestazioni di piazza del 13 febbraio, è stata prolungata simbolicamente, prorogando fino all’8 marzo,  l’apertura dell’installazione multimediale Donne senza Uomini” di Shirin Neshat al Palazzo Reale di Milano, aperta il 29 gennaio scorso.

L’opera della fotografa-registra, ispirata dall’omonimo film, è realizzata attraverso la proiezione, su 15 schermi distribuiti nella sala delle Cariatidi, di un flusso di immagini accompagnate dalla musica di Ryuichi Sakamoto e di Sussan Deyhim.

La pellicola, su cui si basa l’opera, vincitrice del leone d’argento per la regia alla 66esima mostra di Venezia, è ambientata nel 1953. Narra le vicende di quattro donne, di diversa estrazione sociale e costumi, all’alba della caduta del governo di Mohammad Mossadegh per riportare al potere lo Scià in un Iran ancora lontano dalla Rivoluzione del 1979.

L’autrice ha enfatizzato i tratti onirici che già sono visibili nel film, basato sul romanzo di Shahrnusch Parsipur pubblicato nel 1989 e messo all’indice in Iran, tradotto da Neshat in maniera sostanzialmente fedele, ma rimarcando alcuni tratti a volte non manifestati nel testo di Parsipur.

Munis appassionata di politica, donna moderna che incarna quell’attivismo di cui faranno parte molte altre, anni dopo, durante la Rivoluzione; Fazeh, timorata di Dio e dell’uomo, donna esemplare per purezza e devozione, viene colpita dall’umiliazione dello stupro, vergogna vissuta da colpevole e non da vittima, che la costringe a fuggire da Teheran; Zarin, la prostituta, schiava della sua condizione, ritratta dall’occhio attento della telecamera che ne riprende la spersonalizzazione durante gli incontri con i suoi clienti. Si ferisce per cancellare i segni delle violenze subite, sfrega la sua pelle fino al punto di farla sanguinare, decide anche lei di fuggire da Teheran.
Il destino di queste donne è legato a quello di un’altra Fakhir, la donna emancipata, moglie di un generale, che abbandona la casa frustrante del marito per stabilirsi da sola in una tenuta fuori città.

La casa rappresenta il microcosmo al quale approdando tutte le donne, Fazeh, accompagnata dall’onirica Munis, suicida in apertura del film, il cui corpo è dissotterrato vivo da Fazeh stessa, Zarin, che vi giunge per prima, ritrovata dalla padrona di casa, a galleggiare esanime nel lago nella tenuta.

Legate da una trama intessuta da un demiurgo palesemente donna, che riconduce le protagoniste verso lo stesso luogo, un mondo femminile, in cui l’unica figura maschile presente sembra essere quasi asessuata.

L’autrice ha più volte sottolineato la forza delle sue connazionali, in un’intervista, pubblicata da La Repubblica, Shirin afferma infatti «Io non vedo affatto le donne del mio Paese come vittime. Anche se è vero che  sono oppresse. Sono molto forti, non hanno mai fatto compromessi, hanno sempre combattuto per i loro diritti».

L’interesse dell’opinione pubblica italiana per l’installazione, oltre che essere conseguenza della straordinarietà artistica di Neshat, è legato al periodo storico in cui la mostra è stata lanciata.  Gli scandali politici, non sono infatti l’aspetto più straordinario di questo inizio anno, semmai è di maggior valore la risposta corale che è stata data dalle donne italiane a questi fatti.

La figura di Shirin Neshat, che evoca quella di Marjane Satrapi,  creatrice del lungometraggio Persepolis, o di Azar Nafisi e Parinoush Saniee autrici, rispettivamente, dei romanzi ”Leggere Lolita a Teharan” e ”Quello che mi spetta”, offre lo spunto per una riflessione sulla nostra condizione di donne impegnate per il paese.

L’immagine suscitata da queste autrici è di dominio assoluto di se stesse, anche se scaturito dalla sofferenza, lo spessore culturale e il loro idealismo, visionario e concreto allo stesso tempo, sono elementi che ne determino un fascino indiscusso sulla cultura occidentale.

Una volta terminato Leggere Lolita a Teheran si è irretiti dalla vita di Azar Nafisi, si diventa prigionieri del suo narrare, meno onirico delle immagini di Shirin Neshat o di Marjane Satrapi, ma altrettanto accattivante. Il lettore non può quasi fare a meno di proseguire a sviscerare la vita dell’autrice, attraverso la lettura del successivo Le cose che non ho detto. Opere che hanno il potere di narrare un trentennio di storia iraniana con la semplicità del romanziere e la profonda analisi dello storico, che offrono una lettura della Rivoluzione che solo una donna avrebbe saputo realizzare, che affascinano e seducono, facendoci quasi invidiare la femminilità virile delle donne protagoniste dei romanzi.

Allo stesso modo ”Quello che mi spetta” ci introduce in un mondo fatto di profumi e colori a noi sconosciuti, ci cattura e ci rende partecipi attive delle storia di un paese che non è il nostro.
Queste opere hanno il tratto comune di rendere quasi malinconica la nostra lotta, considerando che la nostra situazione, apparentemente più libera ed emancipata, risulta quasi svuotata se paragonata alla forza esplosiva generata dalle parole e dalle immagini delle nostre beniamine iraniane.

Non che ci si voglia descrivere come ombre sbiadite, semmai celebrare queste donne, può significare provocatoriamente rimettere, ancora una volta, al centro della nostra lotta, l’immensa potenzialità del mondo femminile.
Riprendiamoci l’integrità che abbiamo a volte messo da parte pensando di poter gestire i rapporti sociali alla pari, rendiamo noi stesse figure seducenti, autorevoli e autoriali.
Generiamo un futuro diverso per tutte noi,perché solo gettando i semi della nostra vera essenza che potremmo contrastare chi ci deride, oggi, per aver finalmente reagito.

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