28 gennaio 2011 – Mamme a caro prezzo –

La celeberrima canzone  “la donna è mobile”, di certo sarebbe oggi convertita in “la donna è in mobilità”. Se il bel sesso veniva prima descritto come piuma al vento, per i suoi cambiamenti repentini di pensiero, oggi quella stessa espressione è la perfetta sintesi del suo stato nel mondo del lavoro.

Nonostante la mobilità sia condizione diffusa nei lavoratori italiani e la crisi economica reale, purtroppo a volte gonfiata per scaltri interessi, aumenti lo stato di incertezza della popolazione,  le donne subiscono maggiormente gli effetti di questa insicurezza generale.

Se con sforzo, dedizione, sacrificio e impegno, hanno dimostrato di poter  contribuire a migliorare questo disastrato paese, continuano a pagare il prezzo della loro potenziale maternità. Sulla soglia della trentina, con prospettive di carriera buone, ma raramente ottime, si trovano spesso a porsi il quesito del “voglio essere madre?” e, se per un secondo accarezzano tale eventualità, con un veloce cambio verbale trasformano il loro desiderio materno nel terrore del “posso esserlo?”

Per quanto possa sembrare assurdo, questa scelta, così intima e personale, è condizionata dal mondo circostante molto più di quanto si creda. Statistiche, dati e inchieste dimostrano che la diminuzione demografica è strettamente connessa alla difficoltà di vivere la maternità lavorativa. Una ricerca di Francesca Modena e Fabio Sabatini consolida l’infelice connubio tra “partecipazione femminile e fecondità”,  rapporto che rimane inversamente proporzionale in Italia , mentre fortunatamente registra una sorprendente proporzionalità nei paesi scandinavi, gli stessi che oltretutto riportano un’altissima partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Una donna in Italia, quindi, non ha altra scelta se non quella di porsi di fronte a un sofferente aut aut tra famiglia e carriera. Se decide di sacrificare la prima a favore di una, diciamocelo, spesso più che meritata posizione, dovrà spesso anche farlo in maniera spersonalizzante, assumendo le sembianze di quel prodotto commercialmente vendibile di donna androgina. Il povero Platone, a mio avviso, proverebbe disgusto per questa rozza interpretazione del Simposio, non si filosofeggia, infatti, sulla fusione degli opposti, si rileva tristemente che una donna per raggiungere i vertici e sfondare, quello che gli spagnoli chiamano el techo de cristal, debba sconfessare la sua pura essenza.

Cosa accade invece alle donne che privilegiano la maternità? Esse dovranno scontrarsi con la precarietà in cui spesso vivono e sentirsi quasi folli a seguire il proprio istinto. Le persone con contratti stabili, il cui peso gioca il ruolo di garante del diritto, dovranno sperare di essere fortunate e vivere le cosiddette gravidanze perfette, per  avere chance di veder applicata  in pieno la legislazione in materia, usufruendo del periodo di interruzione lavorativa senza alcuna conseguenza al loro rientro. E se invece vivessero sin dai primi mesi una maternità a rischio? Ne avrebbero allora di problemi!

Quella che vi scrive è una donna di 29 anni che sta vivendo, a livello medico, questa condizione. Sin dalle prime ore della mia maternità ho sperimentato un costante rischio di aborto.  Posto lo stato di confusione in cui ci si ritrova per mille e più ragioni personali e la difficoltà di pensare di dover passare la magnifica esperienza della gravidanza  a riposo,  si ha anche il timore fondato, che comunicare ciò possa farci ricadere in quel mondo ‘precariale’ dal quale si era magari riusciti a venir fuori poco tempo prima! Personalmente ho avuto la fortuna di non sopportare l’umiliazione di vedere a rischio il posto di lavoro per questa assenza, poiché il mio datore  è la mia famiglia, ma quante donne come me subiscono questa violenza? Ognuna di noi ne conosce almeno una, potrei raccontarvi la storia della mia amica che ora che è rientrata in ufficio subisce un vero e proprio mobbing che le sta facendo considerare l’idea di mollare lei stessa, togliendo dall’impaccio chi non le riconosce il diritto alla sofferenza fisica ed emotiva che ha vissuto. Potrei raccontare, ma sarebbe un film già visto da tutti noi.

La condizione personale ci rende più sensibili ma i dati riportati dai due ricercatori dovrebbero farlo già autonomamente. L’Italia destina il 4,7% del Pil nelle politiche di sostegno alla famiglia, rispetto all’8,26% della media europea. La disoccupazione femminile, secondo ricerche Istat pubblicate pochi giorni fa, è salita al 10% nel secondo trimestre 2010, mentre il tasso di inattività (15-64 anni) si attesta al 48,7%.

Ricordo una docente all’università che sosteneva che la vera rivoluzione industriale, in Italia, l’avessero fatta le donne, il che ci poneva in una posizione avanguardista rispetto agli altri paesi europei, quella donna era spesso vista dagli studenti come pazza visionaria, ma forse non era stata semplicemente capita, le donne all’epoca non erano considerate lavoratrici, erano ingranaggi silenziosi di un meccanismo ciecamente maschilista, oggi invece per emergere e rivendicare la loro esistenza produttrice, devono rinnegare la loro femminilità.

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