3 febbraio 2011 – Egitto, saremo solo placidi spettatori? –

Le potenze mondiali tremano al pensiero di un’eco emulativa, di una reazione a catena sollevata dallo spirito libertario egiziano. Le borse, nel frattempo, attendono i risultati della “storia in atto” per il mantenimento degli equilibri mondiali: dal prezzo del petrolio alle fluttuazioni dei mercati internazionali.
L’uomo comune, il cittadino del mondo, invece, cosa si aspetta da un auspicabile cambio epocale? Si percepisce, purtroppo, una distanza che è molto più estesa di quella fisica. Sondando l’umore della gente comune si ha la sensazione di un distacco da tali eventi, che non è figlio dell’indifferenza bensì dell’inconsapevolezza.
Mentre in Egitto almeno due milioni di persone, di ogni ètà, fascia sociale e appartenenza religiosa, hanno  manifestato per le strade del Cairo e di Alessandria, per archiviare trent’anni di oppressione e negazione di diritti, il resto del mondo, spettatore da pop corn, scommette sugli esiti futuri di questa rivoluzione: Hosni Mubarak abbandonerà prima dell’affondo finale? Cosa accadrà dopo la rivolta? Avremo una nuova rivoluzione iraniana?
Se gli ammiratori della scrittrice Azar Nafisi, credono di rivivere, attraverso le immagini, le bellissime pagine in cui l’autrice narra lo stato di eccitazione popolare, con un’eccellente prosa che sa ridimensionare l’orrore per gli aspetti più crudi della rivoluzione senza però eliminarne il terrore, i sostenitori di piazza Tahrir lanciano messaggi sul web pregando di non delegittimare la rivoluzione egiziana etichettandola come un film già visto.
Il fascino della rivolta e l’ammirazione per i dimostranti rischia di accomunare tutte le rivoluzioni a uno schema base, svuotandole del loro vero senso. Scrivere senza aver mai vissuto da vicino la vibrazione dell’insurrezione, il terrore della sconfitta, il senso di fratellanza che nasce autonomamente cancellando in poco tempo contrapposizioni storiche sembra quanto mai rischioso. Copti e musulmani, civili e militari, uomini e donne, marciano, lottano e si ribellano. Scene di guerriglia, accompagnate  a manifestazioni di responsabilità pacifica, sono le immagini che circolano da giorni in televisione e soprattutto sulla rete, ma categorizzando, seppure con fine positivo, aiutiamo la causa del popolo egiziano?
Riclassificandone ogni singolo elemento, inficiamo la potenza dell’azione collettiva? A mio avviso sì, nonostante sia certamente incoraggiante vedere il lavoro comune della gente, non dobbiamo dimenticare che si tratta dell’attività fraterna degli oppressi, forse per primi consapevoli del rischio di spaccature che si potrà verificare sin dal primo giorno della post rivoluzione. Rifiutare in toto l’ipotesi iraniana appare allo stesso modo superficiale, perché Teheran è stata teatro della disillusione della rivolta, la quale però non ha perso con l’istaurarsi della Repubblica islamica, la forza della lotta, sprecata l’occasione eclatante si è tornati alle lotte quotidiane, forse meno palesi, ma altrettanto incisive.
Chi può allora raccontare la rivoluzione? Quali i cronisti che possano destare un occidente distratto da notizie sicuramente meno impattanti, ma più vicine alla propria quotidianità? Ciò che rammarica è notare  come un cittadino comune italiano pensando a Mubarak, anche oggi, associ come prima informazione correlata il caso Ruby, dimenticando la posizione critica in cui verte oggi il presidente, ignorando forse che due milioni di persone hanno promesso di rimanere in piazza finché il governo rimarrà in carica.
Il mondo, definito globale nell’economia o almeno teoricamente considerato tale, è in grado di dissociare il proprio interesse non in base alla contingenza bensì alla possibilità che determinati eventi possano scuotere equilibri interni e nazionali.

Lo sciopero generale, la paralisi dell’economia, la fuga di turisti e cittadini stranieri residenti in Egitto, gli Stati Uniti che annunciano un passo indietro rispetto al decennale appoggio al presidente, sembrano essere notizie indipendenti dal sistema globale, come se la riunione dell’Europa a Bruxelles fosse un evento obbligato dalle politiche internazionali e non da un reale interesse di mantenere un sistema mondiale. Appoggiare cautamente un ipotetico governo di transizione significa difendere l’Europa da sicure conseguenze derivanti dal rovesciamento del governo di Mubarak, ma tutto ciò sembra ancora lontano dal nostro cittadino, informato esclusivamente dai telegiornali delle ora pasto.
Se le borse non crolleranno a causa dell’incerta riuscita della rivolta, facendo precipitare gli indici borsistici e il prezzo del petrolio non schizzerà alle stelle, determinando un rapido aumento del carburante, l’uomo comune, il disinteressato borghese, nella sua accezione più negativa e spersonalizzante del genere umano, rimarrà spettatore inerme della forza esplosiva della rivoluzione.
Indipendentemente dai risvolti e risultati, dalla conquista di diritti o dal possibile ribaltamento in future dittature di altro colore, l’atteggiamento alienato degli spettatori della rivoluzione, rende il concetto di fratellanza come una definizione sbiadita di comportamenti lontani, il che sopprime ogni volterriano desiderio di cittadinanza globale.

 

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