3 febbraio 2011 – Le figlie dell’immigrazione. Identità di genere tra le donne immigrate e la loro funzione collante –

Il mondo dei migranti, soprattutto provenienti dalle aree medio-orientali, è spesso accusato di discriminazione e violenza di genere. La cronaca riporta sempre più storie di giovani donne immigrate che vivono forti scontri con la propria famiglia, a causa di un gap generazionale che si instaura parallelamente al processo di migrazione.
La migrazione determina, infatti, conflitti esterni e interni alle comunità, da parte delle prime generazioni nei confronti della società ospitante e delle seconde verso la propria cultura di origine, che spesso è ritenuta inadeguata al nuovo vivere.

La donna è  al centro di tale conflitto, nonostante la famiglia cerchi solamente di difenderla da nuovi modelli sociali considerati pericolosi per la sua incolumità fisica e morale. Il femminismo o semplicemente la rivendicazione dei diritti delle donne, agli occhi di un immigrato proveniente dalle zone rurali di un paese orientale, può rappresentare una minaccia di sgretolamento del potere accentrante della comunità rispetto all’individuo.

La storia europea, però, non vanta una lunga filosofia paritaria, anzi la nostra cultura è tuttora imbevuta dei retaggi culturali che, sin dai tempi antichi, hanno osteggiato l’emancipazione femminile.

Se la Grecia letteraria riporta esempi di prestigio, donne come Penelope con connotazioni caratteriali quasi virili, altrettanto non può dirsi  per le cronache storiche ad eccezione forse di Sparta, dove la donna era esaltata per la sua potenza generatrice. Madre del coraggio e della virilità, anch’essa doveva, infatti, rispondere alle caratteristiche generali della società. La sua forza era la forza dei nascituri, vigore della città e difesa dello stato. Ad Atene , invece, la donna era considerata giuridicamente alla stregua di un minorenne. Se a Roma vi era maggiore libertà sociale, altrettanto non si può dire per la posizione giuridica femminile che potremmo paragonare al moderno concetto di incapace.

Neppure il Cristianesimo ha potuto liberare giuridicamente le donne, che hanno dovuto aspettare molti secoli per veder riconosciuti diritti civili, politici e di autodeterminazione.

Scorrendo rapidamente la storia europea si ha la percezione che con tempi molto diversi, la lotta per la conquista della piena autonomia giuridica sia stata il fulcro di attivismi vari e variopinti. Dalla Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne [1791] di Olympe de Gouges, al più famoso A Vindication of the Rights of Woman [1792] di colei che per notorietà viene chiamata la madre delle suffragette, Mary Wollostonecraft, si è concretizzato filosoficamente un movimento europeo, che ha origini però, in un lento processo di partecipazione sociale femminile “dietro le quinte”.

Oggi però, donne nate e cresciute nel continente europeo, si vedono negato il diritto di autodeterminazione e di realizzazione di se stesse. Un esempio eclatante di migrazione per certi versi dis-integrata è quello britannico, nonostante i processi migratori siano iniziati negli anni ’50, con lo scioglimento del Commonwealth. Il Regno Unito, secondo le stime dell’ONS, Office for National Statistics, a causa dei fenomeni migratori subirà un aumento della popolazione complessiva di 5 milioni di abitanti entro il 2016.
La forte presenza di comunità immigrate di religione islamica ha fatto sì che per volere sia del governo che dei migranti stessi, si creassero delle zone di stanziamento, nelle quali i gruppi insediati hanno avuto la possibilità di sviluppare una sorta di amministrazione interna alla comunità, regolata per lo più dalla legge coranica, anche in ambiti confliggenti con il diritto nazionale: dal “rifiuto-divieto” per le bambine di indossare le tradizionali divise scolastiche britanniche, alla richiesta di classi separate e scuole di culto islamico, fino, alla ben più grave, contravvenzione dei limiti minimi di età e dei requisiti necessari, stabiliti dalla legge, per contrarre matrimonio.
Le vittime della contrattazione di potere tra autorità e gruppi insediati furono per lo più le figlie dell’immigrazione, poiché dati statistici in ambito dei matrimoni imposti per esempio, rilevati dai servizi sociali inglesi, riportano che solo il 15% dei ragazzi subisce tale coercizione.

Il problema si acutizza quando tratti culturali istituzionalizzati sono esportati e applicati a donne nate e cresciute in paesi in cui il processo di emancipazione femminile ha raggiunto un livello di sufficiente consolidamento. A quel punto imporre un regime patriarcale sulle donne a doppia identità culturale risulterà del tutto inattuabile.
In un epoca di globalizzazione, di migrazioni e incontri, le comunicazione culturali sembrano essere il fulcro attorno cui possa imperniarsi una buona integrazione. Ricerche europee delineano un preoccupante scenario, tradizioni diverse a volte si scontrano nell’ipotesi di una presunta supremazia, riducendo la possibilità di attuare la transculturazione  delle stesse.

Sebbene alcuni fatti abbiano provato la subordinazione femminile e una forte persistenza di tratti maschilisti, si può certamente screditare l’idea che tali tratti siano conseguenza di precetti religiosi. Il ruolo della donna nella comunità è quello di collante, come nelle più antiche società tribali, la pratica endogamica, intesa qui in senso più ampio, è la garanzia di una coesione socio-culturale stabile.
Quando poi tale legame è in mano a una mala interpretazione di fondamenti antropologici tutto sommato positivi, si ha quel maschilismo che è visibile nelle aree di origine e in quelle di stanziamento. Il potere però espande le sue zone di influenza proprio per non perdere nessun tassello delle potenzialità di azione. Adnane Mokrani scrive, nell’introduzione a ”La donna araba tra presenza e assenza. L’harem del XXI secolo di Shirine Dakouri”, «il maschilismo è anche espressione della sessualizzazione della politica e della religione, in un sistema sociopolitico che cerca con difficoltà di giustificarsi e legittimarsi, vedendo nella donna un potenziale pericolo per la sicurezza nazionale o addirittura un pericolo interno, ancor più grave del nemico esterno» .
Per questo non deve essere sottovaluto il ruolo della donna nelle seconde generazioni, poiché lottare per la piena realizzazione del mondo femminile può significare anche ridurre i contrasti tra culture apparentemente impossibilitate a comunicare.

L’humus culturale sotteso alla stesura delle convenzioni internazionali a difesa dei diritti delle donne come la CEDAW, Convention for the Elimination of all Forms of Discrimination Against Women, dovrà essere la base per la salvaguardia dei diritti delle migranti, un pacchetto acquisito al momento dello stanziamento, per far sì che non siano vittime del repentino cambiamento di scenario culturale, nella speranza che anche nei paesi di origine continuino a verificarsi i segnali positivi di emancipazione che troppo spesso osservatori ciechi fanno finta di non vedere.

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  Shirine Dakouri, La donna araba tra presenza e assenza. L’harem del XXI secolo, Genova-Milano, Casa Editrice Marietti S.p.A., 2008, pag. 8.

 

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