4 febbraio 2011 – La rivoluzione Adornato: mai più cassiere, solo signorine! –

Saremo arrivate con qualche giorno di ritardo ma, anche se le tecniche basilari della comunicazione richiedano al ‘cronista’ di essere sempre sulla notizia fresca, non possiamo esimerci dal commentare.

Il 31 gennaio, Anna Adornato scrive sul Predellino: «Si imparano più cose e molto più velocemente sulla questione femminile in un pomeriggio all’Ikea che in quaranta anni di sociologia post-sessantottina», il che fa immediatamente prefigurare un articolo di denuncia nei confronti della consistente e nota discriminazione lavorativa nei confronti delle donne.

Nel frattempo, di fronte a un computer, una nostra amica, una mamma-impegnata, come noi crediamo di esserlo, si imbatte nel nostro stesso articolo e, anche lei, rimane sorpresa di scoprire che l’autrice smentisca ogni nostra aspettativa. Noi, lettrici empiriche, per dirla alla Eco, che fino a oggi pensavamo di far parte della categoria di quelle ‘modello’, veniamo smentite in poche righe e informate del fallimento dell’attività di una vita intera.

La nostra amica, a questo punto, viene assalita da una tristezza disincantata, lei ingenua che credeva di analizzare a fondo i fenomeni culturali e di combattere nel suo piccolo di donna comune le discriminazioni di genere…povera illusa!

Fortunatamente, però, per caso si imbatte in quell’epifanico blog in rete e scopre una verità che la risveglia immediatamente, si gira a guardare sua figlia.. avrà una ventina di anni e con gli occhi lucidi si scusa con lei, quasi piange, le chiede perdono per… averla sempre incitata a studiare, per averle impedito di partecipare a quel casting per fare qualche comparsata in televisione.

La povera madre-impegnata-disincantata, ripensa alle sue lotte all’università, quando con le sue amiche attaccava volantini in bacheca e incoraggiava le colleghe a unirsi a quell’assemblea per chiedere l’accesso delle donne alla ricerca, lei che ha studiato matematica e che alla fine si è ritrovata a fare la cassiera al supermercato, perché le necessità di una famiglia erano priorità rispetto alla carriera. Lei che superati i quaranta, non ha mai sbuffato guardandosi allo specchio, ma che anzi ha sorriso di ogni cambiamento, perché ogni sua ruga rappresenta un’incisione di quella vita che credeva di veri sacrifici!

E invece oggi, girando sul web e maledicendosi per aver continuato a interessarsi alle donne, scopre di aver sbagliato tutto, di aver fallito la sua missione. Ora l’accusano di aver tentato di liberare forzatamente le «signorine […] e che lavori usuranti e malpagati» come quello che lei fa da venti anni sono molto meno dignitosi di mercificare il proprio corpo per raggiungere più velocemente un immeritato successo. Sbalordita legge  «che una dovrebbe essere libera di fare quello che vuole del suo tempo, delle sue facoltà cognitive (se ce le ha), del suo corpo e della spendita delle energie».

Sgrana gli occhi, la nostra madre-impegnata-disincantata, non riesce a credere che questa sia la chiave moderna “dell’utero è mio”…non che lei ci abbia mai creduto, anche perché era una bambina quando la sorella di sua madre girava per casa con quei cartelli.

Si chiede allora cosa fare, andare dal direttore del supermercato e licenziarsi? Medita e dubita sulle sue capacità cerebrali, smentite in un attimo dalla sua nuova guru. Sì, farà così, andrà dal suo capo, proprio la mattina successiva e darà le dimissioni, una vita sfruttata e denigrata a passare pomodori e pasta su un lettore elettronico, che vergogna! Ora che ci pensa, che l’hanno finalmente destata dal grande incubo, il suono cadenzato che fuoriesce da quella macchina alienante, capace di passare dal codice a barre il prezzo sul display, è stato il suo migliore amico per molti anni, prima, senza quello doveva addirittura digitare il prezzo manualmente! Ad averlo saputo prima avrebbe fatto richiesta alla commissione diritti umani per offesa alla dignità della persona.

In preda all’eccitazione per i preparativi della sua nuova vita, si aggira per casa freneticamente e lì, quasi per caso,  a osservarla, oltre la figlia incredula, il suo amico specchio, quello che per anni l’aveva confortata che la vita è bella perché va avanti, perché la sua anima colma di propositi verso l’altro era stata il suo elisir di giovinezza, quello stesso amico, ora, le sorride arcigno e ironico e le ricorda che a quasi quarant’anni il suo lavoro degradante è l’unica chance per sopravvivere, il suo corpo non è più merce di scambio, nemmeno la campagna pubblicitaria più ardita riuscirebbe a fare il miracolo, neppure un chirurgo o Photoshop!

Allora la nostra amica, presa dal rammarico, trova la soluzione, si volta verso la figlia, giovane e bella, certo poco artefatta, ma migliorabile e pensa ad alta voce “sarà lei la mia pensione, investirò su di te, alla faccia di quelle gallinacce che all’università mi incitavano a sfruttare la materia grigia e a conservare la dignità. Non vivremo più nelle miseria quotidiana, tu sarai il mio orgoglio, la mia Velina!”.

Rientrando nella veste di cronista, ammetto di aver calcato la mano nell’ironizzare sulla vicenda, ma, se pur sospettando fortemente che l’autrice non sia convinta di quello che scrive, anche perchè nessuna donna di buon senso lo penserebbe, e che anzi probabilmente utilizzi il paradosso per sottolineare la disparità di diritti ormai nota, volevo evidenziare il rischio che questi messaggi possano essere presi sul serio e fatti propri dalle nuove generazioni.

Negli ultimi giorni, cronisti di ogni sorta hanno difeso il diritto di scelta della donna, dimenticando che difendere i diritti di qualcuno, non significa astenersi dall’avere dei valori. Sono sempre stata contraria agli estremismi relativistici, ma ancor di più all’ipocrisia che sa spaziare da un moralismo bigotto, stile inquisizione, a un libertarismo senza limiti, che a volte è tristemente dipeso da un’inconscia “prostituzione” intellettuale rispetto all’idea in voga.

La mia unica speranza, in queste ore, di tanto parlare al femminile, è che le giovani, quelle che non dovranno combattere per raggiungere gli obiettivi delle madri, riscoprano il piacere della ‘lotta delle menti’, della competizione con l’altro sesso, non certo in senso oppositivo, ma finalizzata alla costruzione di una società della cultura e delle pari opportunità.

 

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