Siamo o non siamo libere? Schiave di una società che giorno dopo giorno ci rende mute icone, immagini senza voce. Tutto tette e culi.

Ieri 24 febbraio è andato in onda a Matrixla la video-risposta di Antonio Ricci a “Il corpo delle donne di Lorella Zanardo.

Al di là delle intenzioni politiche che hanno mosso Striscia la Notizia a girare un mini documentario sulla stampa progressista, si è avuta occasione di  riflettere e dibattere, ancora una volta, sull’uso e abuso del corpo della donna per pubblicizzare prodotti che non hanno nulla a che fare con una corpo femminile.

In studio la giornalista Ritanna Armeni, Alessandra Mussolini (PDL), Paola Concia (PD), il giornalista Gianluca Nicoletti, l’attrice e imitatrice Gabriella Germani e Cristina Sivieri Tagliabue, presidente di Non Chiederci La Parola, una casa di produzione video specializzata in documentari che ha come obiettivo quello di raccontare la realtà attraverso gli occhi delle donne. Gli ospiti hanno dibattuto sulla liceità di campagne pubblicitarie allusive e spesso volgari, le donne, generalmente in sintonia, hanno, inoltre, enfatizzato il passo indietro che si sta vivendo da anni a questa parte.

Indipendentemente dal tentativo politico di Ricci di rispondere al video di Lorella Zanardo, che nel 2009 aveva ampiamente documentato un uso strumentale del corpo delle donne nelle televisioni, soprattutto in Mediaset,  è stata presentata una carrellata di esempi  tratti dalla carta stampata. Ad onor di cronaca, sarebbe stato più appropriato mettere sotto accusa le campagne pubblicitarie piuttosto che Il Gruppo l’Espresso, che come ogni giornale pubblica ciò che riceve dal promotore.

Le immagini, però, avviliscono e demoralizzano, il noto connubio ‘donne e motori’ è ormai esteso a ogni genere di prodotto: dai profumi alle scarpe, passando per i pannelli fotovoltaici.

Ci si interroga sulla ragione culturale che è alla base di tali campagne, poiché se persistono e si estendono in maniera dilagante, evidentemente producono un riscontro commerciale notevole.

L’assuefazioni a immagini allusive al mondo pornografico, più che sessuale, è ormai nota. La foto di due donne che mangiano un gelato in maniera provocante, non è interpretata maliziosamente solo dall’esercito ‘moralista’ che si è scatenato, a detta di tutti, dal 13 febbraio in poi. L’immagine, volutamente allusiva, risulta solo volgare agli occhi di chi non è influenzato da simili rappresentazioni, ma ottiene un effetto persuasorio nei confronti del segmento di mercato al quale è destinata.

Le polemiche scatenate dal manifesto posto su un palazzo a Genova, raffigurante una donna di schiena in un abito molto corto, con tacchi alti e inquadrata dal basso, è solo uno degli esempi più eclatanti di uso del corpo della donna.

Recentemente mi è capitato di vedere a Roma la pubblicità di un nuovo cellulare, dalle “linee curve”, inquadrato sullo sfondo di un corpo famoso di donna, quello della modella, Nina Senicar. Il cartellone riporta la frase “Tocca le mie curve”, mentre ero in fila, nel traffico mi chiedevo, quale uomo può essere indotto all’acquisto da una simile pubblicità? Sul web ho poi trovato la versione video, trascrivo il messaggio pubblicitario e ne azzardo un’analisi, perché ritengo sia emblema delle strategie di marketing attuali.
«Cosa hanno in comune Nina Senicar e il nuovo Soap NGM?[Voce fuori campo-Maschile N.d.A.] Curve [risponde Nina Senicar]al punto giusto! [v.f.c.] La simpatia! [N.S.] con icone e colori unici [v.f.c.] mi conquista una carezza [N.S.] come il tocco leggero sul touch screen  [v.f.c.] sono sempre in linea[N.S.]…Soap di linee ne ha due grazie alla gestione delle tue sim, peccato Nina però non la puoi avere[v.f.c.], ma il nuovo Soap NGM sì! [N.S.] […]»

La pubblicità sfrutta a pieno sia la funzione conativa del linguaggio, che secondo Jakobson ha il fine di convincere e influenzare il destinatario, sia i principi teorici della cinesica e della semiotica.

Nell’analisi di questo spot è interessante notare che è la stessa Senicar a pronunciare frasi come «al punto giusto» o «mi conquista una carezza», è la donna stessa, in prima persona, che ha il ruolo di sedurre il cliente-obiettivo. Non vanno sottovalutati, inoltre, né  il tono della voce della modella né il suo muoversi sinuoso e provocante, sicuramente ‘curvilineo’ e in sintonia con il testo pubblicitario. Il passaggio in cui la voce fuori campo porta in vantaggio il cellulare a scapito della modella «Soap di linee ne ha due grazie alla gestione delle tue sim» è accompagnato dallo sguardo deluso della donna che sente di essere passata in svantaggio rispetto all’oggetto del desiderio rivale e che, però, ha la rivalsa nel successivo «peccato Nina però non la puoi avere» che riporta in posizione di predominio la donna sull’oggetto.

Ciò che sconcerta non è tanto il parallelismo tra la donna e un cellulare, quanto la competizione che la strategia di mercato instaura tra il desiderio di possedere una donna e quello di portarsi in tasca un banalissimo cellulare di ultima generazione.

Le domande suscitate dallo spot sono molte, per prima cosa da un punto di vista dei pubblicitari ci si chiede se si considera esclusivamente maschile il target di mercato, in secondo luogo se il mercato maschile si consideri a sua volta tanto gretto da dover cedere a simili provocazioni, ma la domanda che più mi incuriosisce è come la donna, la modella intendo, possa rendersi complice del gioco al quale si sottopone e se sia interessata alle conseguenze che esso provoca.

Banalmente risponderei “è il suo lavoro” e su questo, nulla quaestio, ma la mia provocazione va al di là della pubblicità in oggetto, mi chiedo siamo anche noi responsabili dell’immagine che scaturisce da questo tipo di pubblicità?

Il dubbio sorge, ma come nelle migliori immagini uroboriche, non vi è soluzione. Non si può colpevolizzare la donna di usare se stessa per fini pubblicitari, in quanto modella, senza condannare il sistema culturale che necessita di simili stimoli per essere conquistato commercialmente, come d’altra parte non si può dichiarare colpevole tale sistema-società se è continuamente bombardato da immagini simili, che se per alcuni diventano indifferenti, per altri, e per ragioni che non discuteremo in questa sede,  rappresentano la produzione pubblicitaria più efficace.

Ci si chiede quindi siamo veramente libere? In confronto a quello che raccontano oggi le migranti in fuga dai paesi in rivolta si direbbe di sì. Vedevo oggi un video di una donna che raccontava della doppia tassa, fisica e monetaria, doppia rispetto agli uomini, pagata da lei  e da molte altre, ai traghettatori per essere condotte verso un’esistenza ‘migliore’.

Se tutti ci scandalizziamo, giustamente, della considerazione che si ha del corpo di una donna, del perpetrarsi del concetto di proprietà su un essere umano, nonostante l’abolizione della schiavitù, non riusciamo a cogliere la gravità del nostro modo di comunicare, considerato del tutto indipendente dalla violenza sessuale vera e propria.

Utilizzare il corpo femminile alla stregua di una cornice ornamentale, di un appendiabiti o ancor più volgarmente ricorrendo a un osceno doppio senso come nel caso della pubblicità nota dei pannelli fotovoltaici “Montami a costo zero”, rappresenta una traslitterazione della violenza vera e propria.

Come negare l’abbassamento del rispetto di parte del mondo maschile nei confronti dell’universo femminile che sembra, a loro avviso, auto-svilirsi e prestarsi a tutto pur di arrivare alla celebrità?

Come donna non solo mi indigno di vedere un corpo nudo accovacciato su se stesso, che traduce il “Montami..” in immagine visive, ma mi ribello all’idea che quella sia l’unica strada percorribile. Non si tratta di moralismo, ma di rabbia nei confronti di una società che giorno dopo giorno ci rende mute icone, immagini senza voce, che ci impone lo stesso silenzio che il violentatore induce nella sua vittima e con tecniche di certo più raffinate, ci silenzia con la minaccia di farci passare per ‘bacchettone’.
Oggi però abbiamo l’occasione per diffondere una voce corale contro il nostro censore, non sprechiamola!

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