Quando fuggire non è uguale per tutti. La diaspora del nord-africa impone di interrogarsi sulla comune appartenenza al genere umano

Le Convenzioni sui diritti umani e la nostra Costituzione sanciscono l’uguaglianza tra gli individui. Risulterebbe un abominio, alla luce di tali documenti, valutare il peso di un essere umano in base al sesso e alla provenienza geografica, ma nonostante l’apparente convinzione che l’Europa sia paladina dell’uguaglianza, si mantengono, seppur involontariamente, retaggi di un passato culturale che non dovrebbe appartenerci più.

Il Corriere della Sera online ha pubblicato il 7 marzo 2011, un articolo sulla storia di Tina Rotcam, cittadina tedesca sbarcata a Lampedusa insieme ai migranti in fuga dalla Tunisia.

Ai fini di un’analisi sui modelli rappresentativi, risultano molto interessanti sia l’incipit dell’articolo che rimanda a un’analisi sugli stereotipi della rappresentazione femminile sia il prosieguo, in cui si narra la storia della donna, che evidenza una sinistra rivalità tra dominati: le donne e i migranti, in cui, solo in questo caso, la donna sembra rivestire un posto di superiorità perché europea.

L’autore, Felice Cavallaro, racconta della sorpresa della presenza di «una tedesca alta, bella e bionda, [di] quarant’anni, [e di] una bimba di 9 anni in braccio, fra i mille tunisini sbarcati l’altra notte a Lampedusa». Balza subito agli occhi la descrizione della donna prima ancora della sua storia, in fuga dalla Tunisia non per sfuggire alla violenza della guerra bensì a quella di un marito che voleva portarle via la loro figlia.

Ciò che viene sottolineato in prima istanza, non è la sofferenza, il dolore per la situazione personale, ma la l’estraneità della signora al gruppo dei fuggitivi, il suo aspetto estetico, stereotipato secondo il mito della donna nord europea e la sua fragilità nel trovarsi in un contesto che sembra essere destinato alle popolazioni nordafricane. «Stanca, impaurita e infreddolita dopo 24 ore di traversata, è una signora in arrivo dall’isola di Djerba», come se i mille tunisini, traghettati come lei verso la salvezza, fossero stati impavidi e insensibili al freddo, connotati da una forza superiore o semplicemente declassati a un livello talmente basso da risultare numeri in entrata senza storia né emozione.

Sicuri che il giornalista non sia stato mosso da tali considerazioni, riflettiamo sui cliché riguardanti le categorie che non occupano posizioni paritarie nell’immaginario comune e che continuano a contaminare il nostro pensiero anche quando siamo animati dallo spirito più acritico.
Una donna tedesca non può essere altro che bella e bionda, non coraggiosa e forte, per esempio, per aver affrontato il rischio di fuggire al marito, alle autorità tunisine che più volte le avevano impedito di lasciare il paese legalmente, non riconoscendo la decisione del tribunale tedesco che attribuiva alla madre l’affidamento della piccola. «Cosciente dei propri diritti, quando l’hanno trasferita con tutti i clandestini al Centro accoglienza Tina Rotcam ha chiesto di essere rilasciata: “Io semmai vado in albergo, essendo una cittadina tedesca”». Seppure consapevoli della differenza a livello giuridico tra un cittadino comunitario e uno extra-comunitario, non possiamo fare a meno di rilevare la consistenza identitaria della donna agli occhi del lettore e l’eterea rappresentazione dei migranti tunisini, degni di nota solo per la paura dell’invasione minacciata da Gheddafi.

I soggetti di questa storia sono tipizzati secondo il pensiero dell’immaginario collettivo, un’europea in fuga da un tunisino violento che si comporta secondo le «consuetudini e [i] costumi tunisini» e di una bambina indifesa alla quale spetta il diritto di una doccia, di una buona dormita e di poter tornare a giocare. Ribadendo ancora una volta la convinzione dell’estraneità del giornalista a schemi precostituiti, ci interroghiamo sulle notizie alle quali siamo abituati a dare risalto. Il diritto all’infanzia, caposaldo del sistema normativo occidentale, risulta essere più debole nel caso delle migliaia di magrebini in fuga. In tal caso, infatti, prevale uno spirito europeista di salvaguardia del territorio, che fa da censore alle necessità umanitarie delle popolazioni nordafricane giunte nei nostri confini.
La stereotipizzazione delle rappresentazioni determina dei modelli comunicativi di riferimento, facilmente decodificabili nel messaggio trasmesso. La letteratura di genere accusa tali strategie, poiché generalmente enfatizzano la posizione di subalternità della donna rispetto all’uomo. In questo caso, però, Tina Rotcam assume una posizione di predominanza rispetto al gradino inferiore nella gerarchia dei subalterni, quello occupato dai migranti.

Estendendo a quest’ultimi, indipendente dal sesso, i principi esposti nei Subaltern Studies, i tunisini risultano essere vittime sia di una violenza simbolica sia epistemica. Se Gayatri Chakravorty Spivak, studiosa postcoloniale, ha analizzato la doppia esclusione economico-sociale femminile, in quanto donna e dominata, all’interno del rapporto colonizzatore-colonizzato, tentiamo di esplicare la raffigurazione del migrante, traslando il concetto di subalternità che lo rende soggetto sia all’esclusione sociale sia all’esclusione dal discorso, inteso qui in senso filosofico, sulla sofferenza.

Parafrasiamo gli studiosi postcoloniali in generale, per esprimere il processo di interiorizzazione silenziosa che il dominato attua, introiettando l’universo simbolico che gli è imposto dall’alto dal dominatore. Il concetto di violenza epistemica, che evidenzia come la donna sia spesso assoggettata a sovrastrutture costruite da coloro che hanno il dominio su di lei, è qui maggiormente attribuibile ai tunisini in fuga.
La ribellione rumorosa, che ha determinato l’eco emulativa di cui siamo spettatori, si trasforma in un atteggiamento remissivo da parte degli sbarcati. Un comportamento che si traduce in gratitudine per il solo fatto di rappresentare la salvezza, che costringe all’adattamento alle pessime condizioni igienico-sanitarie dei CIE, non strutturati per accogliere cifre simili. Una condotta che spesso non risulta degna di nota, poiché si discute della questione Maghreb solo in funzione delle conseguenze che questa può determinare nel nostro paese e in generale in Europa.

Un esercito silenzioso che muovendosi quasi senza farsi notare si autorappresenta molto meglio delle parole di qualsiasi cronista disposto a raccontare lo sradicamento forzato, la paura delle repressioni, l’abbandono del proprio paese e della propria gente, obbligando gli spettatori di questa diaspora a interrogarsi sugli obblighi morali che connotano la nostra comune appartenenza al genere umano.

 

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3 risposte a Quando fuggire non è uguale per tutti. La diaspora del nord-africa impone di interrogarsi sulla comune appartenenza al genere umano

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  3. Franco ha detto:

    Paragonate il destino della Signora Rotcam , con quello della Signora Marinella Colombo , le scelte e l´esperienze sono quasi identiche , ma l´esito e´molto molto diverso.
    La prima cittadina tedesca ,ha sottratto in Tunisia i figli al padre il quale ne aveva l´aggiudicazione da parte del giudice tunisino , e saltata su un barcone di disperati , mettendo a repentaglio la vita dei bambini , ha attraversato il canale di Sicilia , ed una volta in Italia e´stato un gioco da ragazzi tornarsene in Germania , il padre si puo´mettere l´animo in pace , i figli li potra´eventualmente rivedere solo in Germania ed a condizioni che decideranno le autorita´tedesche .
    il caso della Signora Colombo e´parallelo in molti punti , solo che lei non e´cittadina tedesca ma italiana e sa come si evince da quello che alla fine e´venuto fuori , quando in un bambino presenta nel sangue un dna compatibile con quello tedesco , ecco che i genitori contano poco , e´la nazionalita di nascita che conta , e li´deve tornare .
    Questo sembra sia il metro di valutazione che i tedeschi adottano .

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