LA TERZA VITA – Il tempo della città e quello della campagna in un contesto marocchino che potrebbe essere anche il nostro.

LA TERZA VITA
di Vittorio Moroni
con Laura Nardi, Elena Veggetti
disegni dal vivo e proiezioni Elena Veggetti
musiche Mario Mariani
regia Amandio Pinheiro

Il Teatro Valle ha ospitato dall’11 al 13 marzo “La terza vita” di Vittorio Moroni, opera già vincitrice del Premio Siae-Eti-Agis del 2009 . L’autore, esordendo per la prima volta a teatro, si cimenta egregiamente con un monologo, interpretato con maestria da Laura Nardi, interrotta da rare ed efficaci battute di Elena Veggetti, per altro autrice delle immagini disegnate dal vivo su sabbia, inchiostro e acqua proiettate sullo sfondo del palco.

La trama narra la triplice vita di Aisha, una donna proveniente da un villaggio in Marocco. La storia descrive la crescita come donna e il percorso di emancipazione originato dalle vite che il caso le ha concesso di vivere. «Due volte ho avuto diritto a vivere una vita che non era stata scritta per me ed ogni volta l’ho ereditata da un uomo, ma questa volta il viaggio porta troppo lontano e io ho paura…» . Aisha, infatti, riceve l’onere di realizzare il sogno paterno di frequentare l’università di farmacia, sogno che era stato disegnato a misura di uomo, di suo fratello Jamal, morto però pochi mesi prima dell’inizio delle lezioni.

Aisha si trasferisce a Fes, città caotica agli occhi di un’abitante del villaggio, in cui la vita sembra essersi fermata a molti decenni prima. La narrazione vera e propria inizia dal viaggio: «La prima vita che ho ereditato, comincia da qui. Dal villaggio non ci sono treni solo questo autobus, fatto per trasportare uomini, spezie, animali. Stringo i miei vent’anni tra le dita e la mano alla valigia. Sono giorni orribili e pieni di speranza: è possibile tenere nello stesso cuore due sentimenti così opposti? Non lo so, so solo che il cuore mi sta per scoppiare!».
Il testo teatrale si basa su un’accurata rappresentazione sociologica delle differenze determinate dalla contrapposizione città-campagna, dei ruoli sociali che mutano a distanza di kilometri e della donna che profuma di lana di pecora, ancora inserita in un contesto il cui tempo circolare scandisce le attività della comunità. Moroni come il sociologo, ma con la spiritualità del drammaturgo, affronta il tema del tempo degli esseri umani e in particolare della donna.
Aisha racconta il tempo frenetico, verticale e quasi individualista di Fes, contrapponendolo a quello delle attività ripetute del villaggio. Il tempo della donna è, inoltre, enfaticamente subordinato a questa contrapposizione che impedisce una vera e propria autodeterminazione nel contesto rurale. Gli ostacoli posti alla donna, però, non sono di natura discriminatoria, ma sono semplicemente dipesi dal ben noto rapporto individuo-comunità, molto forte laddove persista un legame tra le necessità dei molti e i doveri individuali.
La donna di Fes, è impersonata da Salima, cugina di Aisha. Veste all’occidentale, porta blue jeans, si fa chiamare Fanny, sogna l’America, l’Europa, quei luoghi in cui completare il processo di emancipazione già in atto nella città marocchina. Aisha e Fanny sono il vecchio e il nuovo, sono il passato e il futuro, ma allo stesso tempo sono ventenni con sogni di amori appassionati e di fughe verso la felicità, che è condizione universale della loro età sognatrice.

Aisha, all’università incontra Ahmed che «ha occhi grandi e neri, quando cammina, cammina come un uomo che ha sogni grandi, quando guarda, guarda come uno che non può aspettare», del quale si innamora immediatamente, le cui attenzioni evidenti la rendono nervosa. La ragazza ha paura di uno sguardo che scruta, che guarda la donna corteggiandola apertamente. Il tempo del villaggio, il suo tempo, però, la obbliga a sfuggire e, parlando a se stessa , immagina cosa direbbe ad Ahmed se solo avesse il coraggio di farsi avvicinare «io vengo da un altro mondo Ahmed, tu hai il tempo di Fes e l’impazienza di un uomo fatto per grandi cose, io usurpo i sogni degli altri [riferendosi al destino rubato al fratello Jamal N.d.A], non sono in grado di far felice nessuno, non osare mai parlarmi». Man mano che il tempo di Fes e i consigli di Fanny, prendono il sopravvento sulla ragazza dal profumo di lana di pecora, il rapporto con Ahmed diventa qualcosa di talmente concreto da indurre il ragazzo, dal grande sogno di aprire un ristorante marocchino in Francia, a chiedere ad Aisha di sposarlo.
Ahmed è un ragazzo con il mito dell’Europa, con la visione paritaria del rapporto uomo-donna, a Fanny insegna a guidare, ad Aisha compera riviste francesi e la porta al cinema a vedere pellicole parigine, trasferendole il suo sogno, l’inizio della sua seconda vita.
Ahmed sposa Aisha e va in Francia da clandestino, la moglie resta a Fes, in attesa del loro primogenito Ali. Il ragazzo però si scontra con la difficoltà della realtà ed è costretto ad abbandonare la Francia alla volta dell’Italia , dove, aiutato dall’amico Omar, riesce a trovare lavoro come cablatore.
Dopo tre anni, il giovane torna a Fes come vincitore, con una macchina di lusso, presa in prestito, e regali per tutti. Grazie alla legge sul ricongiungimento familiare, porta con sé a Milano la moglie e il piccolo Alì.
La narrazione del periodo milanese è degna dei migliori trattati di sociologia e psicologia. Uno studio analitico delle difficoltà di integrazione, della paura del nuovo che rende per la prima volta l’occidentalista Ahmed, più marocchino della gente del villaggio. Ha paura per la sua Aisha, per Alì, paura della contaminazione con la cultura italiana troppo lontana dalle sue tradizioni. Quell’Europa che sognava diventa la gabbia della moglie, costretta in casa per la maggior parte del tempo, esce raramente, se non per fare la spesa, obbligata a indossare l’hijab, mai utilizzato nella modernissima Fes, dove aveva una vita sociale, amiche con cui parlare, uscire e ragazzi con cui interagire, e neppure immaginabile nel villaggio tradizionalista in cui è nata.

Le giornate di Aisha sono scandite dal tempo della preghiera e soprattutto da quello della parabola, regalo di Ahmed, che la riporta quotidianamente e, ancora una volta ciclicamente, in Marocco.
Improvvisamente la donna rimane vedova, suo marito muore sul lavoro. La morte apre un’altra finestra di Moroni sulla vita dell’immigrato, costretto spesso a lavorare in condizioni di insicurezza fisica pur di mantenere un salario anche se inadeguato allo standard minimo di vita.

Continua su Dol’s…

Questa voce è stata pubblicata in Cultura e società, Donne e migrazioni, Teatro, libri e mostre e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...