Le donne si sentono rappresentate? I sistemi politici nei quali le donne sono sotto-rappresentate sono da ritenersi sistemi democratici “incompiuti” .

Il 7 marzo, alla Camera, è stato presentato il rapporto “Le donne nelle istituzioni rappresentative dell’Italia repubblicana: una ricognizione storica e critica” realizzato da Marina Calloni, dell’Università di Milano-Bicocca e da Lorella Cedroni della Sapienza Università di Roma. 

A presenziare, il Presidente Gianfranco Fini, che ha aperto la giornata sottolineando la situazione non paritaria della rappresentanza femminile nel parlamento italiano: “La parità di genere è un vulnus della partecipazione politica anche oltre i confini dell’Italia”. Ad accompagnarlo Fausto Bertinotti, presidente della Fondazione della Camera che è stata promotrice dell’evento. Alla presentazione del rapporto hanno partecipato la giornalista Lucia Annunziata, la Segretaria della Cgil Susanna Camusso, la Vice-presidente di Confindustria Cristiana Coppola e il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni.
Fausto Bertinotti e Susanna Camusso hanno sottolineato rispettivamente l’evidente mancanza di riconoscimento della presenza delle donne nei ruoli sociali strategici e la discriminazione in campo lavorativo cui sono soggette le donne alla luce dei dati proposti dalla Cgil. La segretaria ha inoltre sottolineato la necessità di tutela e norme favorevoli alle donne in materia di maternità, che è ancora causa di allontanamento dal mondo del lavoro.

Cristiana Coppola, invece, ha evidenziato la discrepanza esistente tra la presenza di donne e uomini nel ruolo di imprenditore: il rapporto di 1 a 4, che si evince dai dati presentati da Confindustria, è ancora segno della difficoltà del mondo femminile di accedere a ruoli dirigenziali.
Il rapporto è un’analisi storica, sociologica e politica del ruolo attivo femminile alla gestione della cosa pubblica italiana. Dati presentati alla Camera dalla prof.ssa Cedroni, rivelano un preoccupante abisso tra la situazione del nostro paese e quella europea e mondiale. Secondo il «Global Report Gender Gap 2010, pubblicato dal World Economic Forum nel novembre 2010, […] il divario tra uomini e donne è misurato in termini di pari opportunità, riferite a quattro principali aree: partecipazione e opportunità economiche; livello di istruzione; potere politico; salute e sopravvivenza.>>
Prendendo in esame 14 nazioni, il Rapporto mette in luce un netto peggioramento del nostrro Paese rispetto all’anno precedente. L’Italia è passata dal 72° al 74° posto, superata da Malawi e Ghana. […] Per quanto riguarda la presenza di donne in Parlamento, al livello internazionale l’Italia occupa il 54° posto su un totale di 188 Paesi, come risulta dalle statistiche elaborate dall’Inter-Parliamentary Union, sulla base dei dati forniti dai rispettivi parlamenti, entro il 31 dicembre 2010»

Il problema italiano è evidente, ma si fonda su ragioni di tipo storico e di mancata acquisizione dei progressi fatti a livello europeo. Il problema non è esclusivamente quantitativo a livello di presenza politica, ma l’esclusione femminile «è attualmente tanto evidente, quanto più diventa visibile una sempre maggiore permeabilità e contiguità tra mondo degli affari e organismi rappresentativi. L’asimmetria di potere a livello politico diventa altresì un “indicatore simbolico”, che mette in evidenza il mancato processo di equità e di uguaglianza (pur nelle differenze) tra i generi. I sistemi politici nei quali le donne sono sotto-rappresentate sono da ritenersi, pertanto, sistemi democratici “incompiuti”»

In merito abbiamo intervisto Lorella Cedroni, Professoressa associato di Filosofia politica presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, attiva nel campo delle tematiche che hanno portato alla nascita del rapporto che è solo l’ultimo lavoro prodotto da Cedroni nel settore.

Da cosa nasce l’idea di analizzare la questione femminile nelle istituzioni rappresentative?
Da oltre venti anni mi occupo della questione della rappresentanza femminile, ho scritto molto su questo, anche un libro intitolato: Rappresentare la differenza (Lithos Roma 2001) di cui uscirà una nuova edizione a breve e un recente intervento sulla rivista “Lettera Internazionale, n 103. Ho partecipato a diverse iniziative accademiche su questo tema, dai corsi DPO istituiti nelle Università, Donne, Istituzioni, Pari opportunità, ai Master attivati in diverse facoltà italiane sulle questioni di genere, come Scienze della formazione a Roma Tre, Giurisprudenza a Brescia, e Scienze politiche a Milano. 

Nel rapporto si sottolinea che la differenza di genere sarebbe un fattore propulsivo dei processi politici? Cosa si intende con ciò e perché non risulta chiaro all’establishment?

Nel senso che, se la differenza di genere costituisce un elemento che favorisce una migliore rappresentanza, un fattore sul quale i partiti potrebbero puntare, proponendo candidature femminili come fattore innovativo di qualità e non solo considerarle come riempilista.

Cosa pensa del ddl sulle quote rosa nei cda delle società quotate in borsa? La considera giusta, discriminante o parzialmente discriminante ma necessaria per instaurare un processo di parificazione?
Sono d’accordo, correttivi del genere, per equilibrare la rappresentanza si rendono necessari quando l’esclusione è sistemica.

Se non ci fossero state le pressioni esterne dell’ONU e della CEDAW e la promulgazione della legge 81/1993, che ammetteva le quote “riservate a candidature femminili” (dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale con sentenza n° 422 del 1995), quale sarebbe stata, a suo avviso, l’evoluzione del processo partecipativo femminile? Crede che avremmo comunque raggiunto il, seppur basso, 20% delle elette?
Credo di no, anche se il risultato raggiunto non è proprio esaltante. Parlo di quantità, ma anche di qualità della rappresentanza femminile.
Nel rapporto si parla si un’evidente spaccatura all’interno del movimento femminista? Come rispondere ai detrattori che ritengono che tale instabilità sia prova dell’inconsistenza dei fondamenti ideologici e rappresenti concretamente un limite legato a caratteristiche (stereotipate) femminili (incapacità di concorrenza leale, competizione, invidia e volubilità). Come replicare alla tipizzazione della rappresentazione delle donne?
La spaccatura è prima di tutto generazionale. Non dipende affatto dalla supposta inconsistenza dei fondamenti ideologici del femminismo. Senza il processo di emancipazione iniziato grazie al movimento femminista degli anni 60 non staremmo qui a parlare di pari opportunità, pari dignità, parità. La conquista della libertà è un processo continuo per tutti i cittadini.
Perché il Nord Italia continua ad avere la supremazia in termini di provenienza geografica delle elette e di presentazione ed elezione?
Ci sono almeno tre motivi: uno è storico, ha a che fare con quanto accaduto nel secondo dopoguerra rispettivamente al Nord e al Sud; l’altro è culturale, dipende dalla diversa socializzazione politica delle donne del Sud e di quelle del Nord almeno fino alla fine degli anni Ottanta; infine il terzo è politico e fa riferimento al radicamento dei partiti sul territorio, al livello di coinvolgimento e di posizionamento delle donne all’interno delle strutture di partito. 

La predominanza della provenienza dal settore educativo delle elette ha una ragione specifica, è il risultato di una maggiore presenza (in termini statistici) di donne in questo settore che si trasla nella politica o potrebbe essere spiegata anche qui con ragioni esterne legate a stereotipi femminili?
Ha a che fare con la socializzazione delle donne, generalmente e per tradizione avviate all’insegnamento, anche perchè molti campi di studio e di lavoro sono stati loro interdetti fino a pochi anni fa. Ancora oggi ci sono ambiti in cui le donne non entrano, o restano relegate a livelli più bassi, come l’ambito della diplomazia internazionale ad esempio. 

Si evidenzia l’unicità della presenza di Nilde Iotti per tre legislature come Presidentessa della Camera, ritiene sia stata determinata da ragioni politiche o è stata una “casualità fortuita” frutto di particolari cause legate al periodo storico?
Ha ragioni politiche prevalentemente. 

Si parla del concetto “centro-periferia applicato all’astensionismo femminile, potrebbe spiegare questa metafora?
Centro-periferia è una categoria molto utilizzata dai politologi, riferita all’astensionismo femminile significa che le donne si percepiscono e di fatto sono alla “periferia” di quanto avviene nei processi decisionali della politica. Dunque non credono di poter interagire con il sistema politico. Questo vale anche per i giovani di fatto esclusi – a causa di una perniciosa gerontocrazia che caratterizza le nostre istituzioni. 

I dati evidenziano una tendenza delle donne a privilegiare i nuovi partiti? Secondo lei è determinata dal fatto che riversano nelle nuove formazioni la speranza di cambiamento?
Credo di sì. La speranza è quella di entrare a far parte di queste nuove formazioni e dunque di avere più possibilità di essere elette, di contare, di avere visibilità. 

La situazione europea, soprattutto del Nord, è avanzata da un punto di vista della partecipazione attiva femminile. Considera sia il risultato di un processo sociale o di un’imposizione legislativa che ha determinato un avanzamento sociale?

E’ stato, come è noto, frutto di un processo sociale. Le donne scandinave hanno avuto riconosciuto prima di noi il diritto di voto e soprattutto sono state favorite dal welfare state che ha permesso loro di liberare il tempo da dedicare alla cura e impiegare quel tempo per la formazione, l’autoaffermazione, l’indipendenza.

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2 risposte a Le donne si sentono rappresentate? I sistemi politici nei quali le donne sono sotto-rappresentate sono da ritenersi sistemi democratici “incompiuti” .

  1. mizaar ha detto:

    un articolo davvero interessante. la questione dell’accessibilità femminile nella vita politica e sociale in italia è annosa e spiegata benissimo dalla docente. la cosa che mi fa pensare, tuttavia, è che solo adesso, ad esempio, si è nominata una donna alla guida del maggior sindacato dei lavoratori. non ti sembra una strumentalizzazione, dettata dalla particolare condizione storica del paese – berlusconismo, escort e via dicendo? bisogna arrivare agli estremi perchè si possa ricavare un ruolo visibile per le donne, all’interno di un sistema – e non sono neppure sicura che alla fine si ottenga un qualche risultato. nella scuola siamo tutte donne è vero. ma se una di noi arriva alla dirigenza di un qualsiasi istituto diventa più stronza – passami il termine – di un qualsiasi maschio di potere – non è per sentito dire, te lo confermo con dati di fatto. perchè diventiamo la negazione di noi stesse, a volte, non riuscirò a comprenderlo mai.
    ( sono passata da una cosa all’altra, in maniera piuttosto irrazionale. chiedo scusa, ma sono una donna🙂 )

    • Virginia Odoardi ha detto:

      sono perfettamente d’accordo con te, molto spesso mi sono interrogata sia sul principio su cui si basano le quote rosa o sul fatto che spesso le donne vengano nominate per calmare le acque, nonostante nessuno metta in dubbio la validità della Camusso, ovvio, ma nel caso della Bindi per esempio la penso come te, in tanti anni di politica non è mai stata così sostenuta come ora e questo sicuro per le ragioni che indichi tu. Mi sono chiesta cosa avrei desiderato al suo posto un sostegno post scandali, che comunque ha una sual valenza o avrei voluto che mi si valutasse asetticamente e senza guardare il genere segnalato sulla mia carta d’identità? Personalmente la seconda perchè a questo mondo come ti elevano, ti affossano senza farsi 2 secondi di esame di coscienza!
      Per quanto riguarda la seconda questione sono ugualmente d’accordo…la maschilizzazione femminile è un dato riscontrato, fastidiosissimo, ma a volte, a mio avviso, conseguenza della precarietà in cui verte la condizione femminile nei ruoli apicali. Che ne pensi?
      Grazie infinite del contributo..spero di vederti qui più spesso.

      Virginia

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