La forza dell’estraneità

Questo articolo è forse lungo per un blog, ma tagliarlo avrebbe significato sradicarlo dal quel terreno fertile che è l’anima di chi l’ha scritto..un consiglio spendete i cinque minuti necessari per leggerlo, ne guadagnerete in libertà di pensiero..

Autrice: Maria Rafaella Fiori

Sensibili guerriere. Sulla forza femminile (Workshop)

Editore: Iacobelli (2 maggio 2011)

Collana: Workshop

DIES IRAE

Tu insegui le mie forme,
segui tu la giustezza del mio corpo
e non mai la bellezza
di cui vado superba.
Sono animale all’infelice coppia
prona su un letto misero d’assalti,
sono la carezzevole rovina
dai fecondi sussulti alle tue mani,
sono il vuoto cresciuto
fino all’altezza esatta del piacere
ma con mille tramonti alla mie spalle
quante volte, amor mio, tu mi disdegni.

Alda Merini

E’ stata opera del veloce e continuo caos che crea mia figlia se ho trovato una stella danzante nel mio vecchio libro di poesie di Alda Merini e lì, con lei le abbiamo lette come faccio quando scompagina la libreria della nostra casa e trova qualcosa che vale il tempo di essere saputa. Forse scompone i miei libri per quel piacere di leggere insieme qualcosa o solo perché le piacciono molto più a terra, tavole da surf che non hanno bisogno dell’acqua per farti scivolare lontana ma a cui bastano le pagine. Fra le poesie ho ritrovato questa e so che quando la lessi nei miei 16 anni pensai all’uomo che poteva rifiutare lei, lei che non avevo ancora mai vista e di cui non conoscevo la voce, estranea nell’aspetto e in molti dei sentimenti, ma di cui conoscevo ancora versi e pensavo li avesse scritti per me, per la mia voce che non trovava quelle parole nell’inferno esatto dell’adolescenza.
Ma quando le ho rilette 12 anni dopo mi sono fermata a pensare che sono le parole che io direi all’estranea che mi abita, che occasionalmente occupa il mio corpo, il mio pensiero e le mie mani, a quell’estranea che nel tempo si è fatta coinquilina rumorosa dei miei stessi desideri, fino a confonderli con i suoi, fino a confondere la linea dei miei. Estranea… io oggi a me stessa, io oggi ai miei sogni, io oggi ai miei desideri. Estranea senza sapere neanche dove la vita è andata in una direzione e io l’ho solo seguita. Ed ho sempre pensato di scegliere, e sono sempre stata male come quando si decide chi essere, ed ho sempre goduto dei premi come chi davvero li meritasse, ed invece ero estranea a tutto quello che stava accadendo. Di un’estraneità lucida, non come vedermi dall’altra parte di uno specchio, ma essere io ad abitare quei gesti ma senza sapere più perché compierli.
Non scrivo di quando arrivi a fare i conti con l’anno che ti si apre davanti, io li faccio a settembre con quel retaggio scolastico che sia quello il mese in cui comincia, ricomincia o si sceglie un ordine nuovo davvero per tutto, pensi a quello che ti piacerebbe succedesse, al lavoro da trovare, la piscina in cui iscriverti, il cappotto da comprare, l’articolo ancora da scrivere, l’articolo che con i mesi è diventato piano piano una domanda alla tua vita, non più solo un saggio finale al percorso virtuoso che hai seguito con quelle estranee che sono entrate nella tua vita, con cui hai condiviso pensieri e paure, con quelle estranee che sono state il motore a quella domanda che non ti ha lasciata più.
Quando Federica Giardini mi ha detto che mi sarei occupata della forza dell’estranea, con quel riflesso spontaneo del mio pensiero ho subito pensato alle donne migranti, alle straniere, alle donne a cui somiglio per il mio aspetto, per il colore della mia pelle, per il mio bacino completamente snodato, per il sospetto che ispiro in fila alla posta, per il calore del mio sorriso. Ho scritto così un pezzo che trattava il tema della forza interrogando l’estraneità di Kristeva e Spivak.
Kristeva mi offriva la possibilità di guardare alla straniera come all’apertura di ogni possibilità, come al salvagente per questo stesso mondo e pensiero occidentale, per la sua economia e per il suo modello di vita, straniera con cui contraiamo un debito in cambio della salvezza. Kristeva infatti riesce a salvare la filosofia dalla sua tendenza a vivere per la morte immettendo la vita che pulsa nel linguaggio in quanto emissione sonora di una gola materiale e reale, altrimenti la filosofia appare un sistema in preda ad un rigore simile al mortis, rigore saturo di pensieri, fin troppo conosciuto nel logocentrismo. Ma Kristeva salva i vocalizzi dei bambini, delle scene infantili, della felicità e del dolore, salva l’unicità del dire di ognuno. Ma nel caso del rapporto con l’altra, con la straniera, è la singolarità a divenire pericolosa, perché ogni caratteristica fisica ci ricorda che sebbene diversa necessariamente ci si deve mettere in relazione. Dalla relazione nasce la forza creativa, quella di superare le “banalità” che ci dividono a spingerci al contrasto con le nostre stesse consuete abitudini. Il volto dello straniero rende manifesto il modo che abbiamo di porci davanti al mondo, di guardare o di schivare lo sguardo, mette in discussione il nostro rapporto anche con le comunità che crediamo familiari, con la filippina che ci pulisce casa, la rumena che bada a nostra nonna, la cinese che vende le crocs taroccate. Rende manifesto il rapporto che si instaura con la sessualità dello straniero, con la sua “razza”, con il lavoro che ci aspettiamo lui faccia e con il disagio che ci provoca chi non riusciamo ad inserire in questo schema. Io spesso causo questo disagio, l’ho trovato negli anni, negli occhi curiosi delle persone che mi guardavano ieri mano nella mano bianca della mia mamma e oggi mano nella mano quasi bianca di mia figlia.
Sono le traversie cui la straniera andrà necessariamente incontro ad annodarsi con il nostro filo della forza, esse infatti la feriscono violentemente, ma a strappi. Quasi come l’acqua su un ciottolo la sbiancano, la livellano, la rendono più dura ed essenziale, destinata a proseguire la sua corsa più in là, in un altro fine. Secondo la logica dell’esilio tutti i fini dovrebbero essere consumati e distrutti per il folle slancio dell’errante verso un altrove sempre respinto, inappagato, inaccessibile, per un altrove che non soddisfi mai totalmente. Le donne filippine accettano di non vedere crescere i loro figli purché allevati sulle loro isole lontane, salve ai costumi degli occidentali, in quella consuetudine familiare che ha scandito anche la loro crescita, ma sempre più questo modello cambia, sempre più le famiglie di migranti si ricongiungono sul suolo di una nuova terra, che sarebbe bello poter chiamare casa. Con una certa ammirazione per coloro che l’hanno accolta perché nella maggior parte dei casi la straniera li giudica superiori, materialmente o socialmente ma allo stesso tempo non può fare a meno di ritenerli ottusi e ciechi, perché i suoi ospiti non hanno quella distanza che lei possiede per vedersi e per vederli. È proprio da ciò che trae forza, da questo spazio colmato che la stacca dagli altri, che le permette non di essere nella verità ma di relativizzare e relativizzarsi là dove i presunti superiori sono costretti a seguire i binari della monovalenza.
Kristeva usa l’espressione “vivere l’odio” per rappresentare lo straniero e la sua esistenza con un doppio senso di forte impatto. Sentire costantemente l’odio degli altri, non avere altro ambiente fuori da quell’odio, conferisce allo straniero una consistenza, lo rende reale, autentico, solido, semplicemente esistente. Ma questo odio fa risuonare all’esterno un altro odio segreto e inconfessabile che lo straniero porta in se contro tutti, compreso se stesso. Per questo vivere con l’altro con lo straniero ci mette di fronte la possibilità di essere o non essere un altro; non si tratta semplicemente della nostra disposizione ad accettare l’altro ma di essere al suo posto, cosa che equivale a pensarsi e a farsi altro da se stesso: a creare un cosmopolitismo degli scorticati. Forse è forza di opposizione, ma la straniera, lo straniero, debbono ricorrere ad essa per salvarsi da questo scorticamento della pelle che li porterebbe all’omologazione bianca e contemporaneamente è la forza di opporsi alla scelta facile e massificante di indossare le maschere di Fanon.
Kristeva non vede però una differenza nel sesso degli stranieri che per lei sono ugualmente rabbia strozzata in fondo alla gola, angelo nero che turba la trasparenza, traccia opaca, insondabile. Figura dell’odio e dell’altro, lo straniero non è né la vittima romantica della nostra pigrizia familiare né l’intruso responsabile di tutti i mali della città. […] Stranamente, lo straniero ci abita: è la faccia nascosta della nostra identità, lo spazio che rovina la nostra dimora, il tempo in cui sprofondano l’intesa e la simpatia .
Ma per me è impossibile non registrare la disparità che vi è fra i due sessi. Le donne sono nella maggior parte dei casi visibilmente differenti dal nostro immaginario femminile o da quello che crediamo di avere. Il modo di vestire, di rapportarsi con i maschi, la non consapevolezza dei propri diritti, ci fanno assumere nei loro confronti un atteggiamento quasi di bonarietà patriarcale e proprio come nelle famiglie di un tempo a queste donne si delega la cura delle persone. Esse infatti si occuperanno dei nostri affetti, dei corpi che amiamo e a cui non possiamo provvedere, alle case che abitiamo ma non possiamo curare, saranno infermiere, tate, colf, badanti, saranno personale da mettere in regola ma senza seguire le regole che il rapporto con loro dovrebbe creare.
Dello straniero abbiamo un certo timore, un fondo di diffidenza accompagna i nostri gesti, è il tentativo, che immaginiamo suo, di mantenere una virilità legata alla nazionalità a spaventarci, quella fierezza della diversità ad infastidirci, non pronto a ringraziare per quello che prende dalle nostre terre, non pronto ad ammettere che se nella sua non c’è ciò che insegue è per una congenita minoranza che porta nel suo corredo genetico. Siamo più disponibili a ritenere integrati quelli che non ostentino la propria provenienza, che non ci ricordino i nostri limiti coloniali, il nostro debito di popolo migrante, coloro che nascondano quella diversità che altrimenti ci costringe al bisogno di relazione. Lo straniero stupra le donne, le nostre e le sue, come se le donne appartenessero a qualcuno, le uccide, le obbliga dietro un velo, le affama di libertà, è il sospetto di un retaggio culturale che non sarà mai taciuto completamente.
Secondo i testi freudiani, l’io arcaico proietta all’esterno ciò che internamente ritiene pericoloso o spiacevole, per farne un doppio straniero, inquietante e demoniaco. L’inquietante estraneità diventa così la via maestra attraverso la quale si introduce il rifiuto affascinato dell’altro nel cuore di quel noi stessi sicuro di se e opaco che appunto, dopo Freud, non può più esistere, e che invece si rivela come un paese di frontiere e alterità incessantemente costruite e decostruite. Nel rifiuto affascinato che suscita lo straniero c’è il senso di depersonalizzazione che Freud ha scoperto e che si ricollega ai nostri desideri e alle nostre paure infantili dell’altro: l’estranea è dentro di me e quando la rifuggo o la combatto, lotto contro il mio inconscio, contro l’improprio del mio impossibile proprio.
Per le donne straniere non proviamo questa diffidenza. Esse non ci sembrano nascondere la stessa possibilità di portare la razza, di contaminare la nazionalità, sono da difendere, da rendere libere, sono da omologare a noi, con vestiti e trucchi, con desideri e sogni. Ma è solo l’illusione che è più facile scegliere perché ci permette di non vedere la forza della donna che migra. La forza di chi ha deciso di non disperare più, di scegliere ciò che non sa, che ha odorato da lontano come buono e di seguirlo. Non solo per se stessa, ma per i figli che ha o che avrà, per i suoi figli-genitori, figli-fratelli, figli-mariti che vedono nelle sue spalle che si allontanano la solo possibilità di salvezza, di sogno. Questa è una forza che è fatta di rinunce ma è soprattutto una forza creatrice e innovatrice, una forza che trova la sua solidità proprio nel suo andare. Sulla schiena pesano i pensieri, i sogni, le spalle che hai voltato quando hai deciso di andare.
Il confronto con la straniera spinge a nascere una forza nuova che è quella di vivere con i soggetti diversi scommettendo sui nostri codici morali personali, senza che alcun insieme capace di inglobare le nostre particolarità possa trascenderle. Teorizzo il sorgere di una comunità paradossale, fatta di stranieri che vengono accettati nella misura in cui i non estranei si riconoscono stranieri essi stessi, la società multinazionale sarebbe così il risultato di un individualismo estremo ma consapevole dei suoi disagi e dei suoi limiti, un individualismo che conosce soltanto irriducibili pronti ad aiutarsi nella loro debolezza, quella debolezza che ha come altro nome l’estraneità radicale. Scrivo questo abitando nella regione delle ronde, della polizia che si fa sempre più locale fino a diventare condominiale, dei deputati che parlano dei figli degli immigrati come bambini casualmente nati in questa nazione e quindi senza diritti, del tentativo di fare dei medici dei censori, del “razzista” come complimento e dell’ “antifascista” come insulto, ma proprio per questo sento il bisogno di riscoprire nei cromosomi quell’appartenenza al Mediterraneo che è mare di scambi, di identità che si facevano e disfacevano come le sue onde sulle battigie delle nazioni.
Penso, con Spivak, che la strada possibile sia quella della decostruzione, ma consapevole che il soggetto non possa essere completamente decentrato, altrimenti cesserebbe di essere il soggetto, e per questo propongo l’impiego di quella forza tutta femminile che fa della decentratura di se stessa una nuova centratura che deve essere persistentemente criticata e, quindi, decostruita. La decostruzione non ci lascia senza un soggetto, una verità, una storia, semplicemente interroga il privilegiare una determinata identità, non bastando più risposte di stampo nazionalistico per ritenere di possedere la verità, non si accontenta di una risposta volta a guardare il proprio ombelico, ma si espone l’errore costantemente e tenacemente guardando al modo in cui la verità è stata prodotta. Ecco perché la decostruzione non dice che il logocentrismo sia una patologia, ma è una domanda incessante che ci costringe ad interrogarci su ciò che davvero non si può non volere, per esempio la soggettività, il femminismo.
Quello a cui assistiamo nei confronti degli stranieri è il perpetrarsi dell’ epistemic violence, la rottura violenta, appunto, operata sul sistema dei segni, dei valori, sulle rappresentazioni del mondo, sulla cultura, sull’organizzazione della vita e della società dei paesi che ieri erano colonie, e che oggi sono, non a caso, il Sud del mondo. È grazie all’epistemic violence che lo spazio colonizzato è stato brutalmente trasformato in modo tale da poter essere riportato o deportato all’interno di un mondo costruito dall’eurocentrismo. Spivak propone una decostruzione del privilegio perché non sempre e non necessariamente implica intelligenza, comprensione e possibilità di rapporto, suggerisce un nuovo uso della forza quella per imparare a “unlearn one’s privilege as one’s loss”, cioè di disimparare i propri privilegi perché sono una perdita. Il razzismo si impara, è un punto di vista e un comportamento acquisito che ci impedisce di vedere, capire e comunicare con chi è diverso da noi. Si impara ad attribuire all’Altra/o degli stereotipi, la/o interpretiamo attraverso dei pregiudizi e, di fatto, chiudiamo la nostra mente, la nostra possibilità di comunicazione, apprendimento, scambio e relazione. Il privilegio, quello di appartenere alla razza bianca, si trasforma in una impossibilità, in una incapacità; disimparare il proprio privilegio significa cominciare ad avere una relazione etica con l’Altra/o. E’ un modo di pensare, di concepire la propria identità e quella dell’Altra differentemente, non più l’Altra che, dall’altra parte del mondo, ha la funzione di specchio che ingrandisce la nostra immagine, ma la possibilità di comunicare attraverso distanze e differenze impossibili. E’ un abbraccio, un atto d’amore all’interno del quale ambedue le persone hanno la possibilità di imparare l’una dall’altra.
Pensando al tema della forza del nostro libro ho compreso che la mia è quella di sentirmi disintegrata, non integrata, ho scoperto e rivendico la sua perturbante alterità giacché è proprio essa a fare irruzione di fronte alla minaccia, all’inquietudine che viene generata dall’apparizione proiettiva dell’altra in seno a ciò che noi persistiamo a mantenere come un “noi” proprio e solido. Ma anche nel senso di deflagrata per lo spazio che dentro di me abita la mia estranea, e nello spazio vuoto scompaginato dallo scoppio di quella me che credevo di essere si apre la mia stessa vita.
Non scrivo di quell’inquietudine che ti prende quando ti accorgi che non sei diventata archeologa o ballerina come credevi da bimba, ma di quando vedi la tua vita dall’alto e ci sono un’infinità di crepe ed un po’ di te è finita in fondo ad ognuna di esse, in ogni spacco hai lasciato quella che credevi essere ed oggi ti accorgi di non essere più, in quei burroni sono finiti i tuoi panni, i tuoi capelli viola, la sicurezza che tutto sarebbe cambiato, la leggerezza che credevi di possedere quando guardavi il mondo e anche la consapevolezza che qualcuno avrebbe notato proprio il tuo sguardo, proprio in quel momento.
Una forma di estraneità a se stessa e ai propri sogni, ai desideri e alla familiarità. Un modo di diventare straniere a se stesse anche per salvarsi prima dalla frustrazione del poi. Non ho usato la mia forza per realizzare il piano dei miei veri desideri, ma in parte l’ho dispersa, disintegrata appunto nelle molte alternative che pensavo di potermi aprire. Non ho imparato ad essere fiume ed aggirare gli ostacoli del cammino, farmi sinuoso vortice per raggiungere il mio obiettivo, ma piuttosto come tanti torrentelli ho diviso il mio desiderio, ma così diviso è stato disperso. Che non fosse abbastanza grande? Che non fosse abbastanza vero? Che l’estranea dentro di me in realtà sapesse meglio ciò che davvero volevo?
Quando di notte sono nella mia vecchia camera romana, con i poster dei cartoni animati attaccati sulle ante degli armadi, i miei libri ammassati sulla libreria, le bandiere che si muovono lente e quei rumori, stereo della mia vita familiare, delle risate e dei pianti, dei vestiti provati e lanciati sul letto con le mie amiche, con le scarpe che non uso più, le borse che non mi piacciono neanche più, i cappelli che continuo a comprare anche se poi dimentico di mettere e tutte le foto dei miei quasi trent’anni, lì guardo quella me che mi aspettavo. Sono stata sola, ostaggio della mia volontà, mai all’altezza di niente, alla fine. Sono malata di incompletezza, di illusioni disilluse.
Trasferendomi e vivendo a Brugherio mi sono accorta di come la mia mente si concentrasse solo su ciò che poteva procurarmi un rapido piacere, si ponesse problemi assolutamente laterali al mio orizzonte e non si chiedesse più cosa ne avevo fatto dei miei sogni, dove fosse finito ciò che desideravo. Poi è tornato il bisogno di porsi la domanda: come per ogni straniero è arrivato il momento in cui chiedere il permesso di soggiorno e ho scoperto che la me stessa questore è molto peggio della Bossi-Fini. Certo le domande sui miei desideri trovavano risposte condiscendenti nei bisogni di questo periodo: quelli di mia figlia piccola, di una famiglia da costruire, della difficoltà di trovare lavoro, ma tanto più forte li ho ripetuti come un mantra salvifico, tanto più mi rendevo conto della poca forza che esse contenevano. Non si guarisce mai da ciò che ci manca, ci si racconta altre verità, ci si accontenta, si convive con se stessi con nostalgia per quello che non è neppure stato.
La condizione della straniera territoriale è mia nella pelle; mio mal grado ho imparato a rapportarmi ad essa, ad abitare questo spazio incerto che proprio per la sua incertezza mi rende sicura, mi fa da protezione. Al contrario scoprire di essere straniera del mio stesso luogo dell’anima è stato molto recente, è stata dirompente consapevolezza. Ma se proprio l’apparire straniera è sempre stata la mia forza ho compreso che anche l’estraneità interiore poteva diventarlo. L’estranea che sono io ha infatti estro dentro di sé per cambiare quello che altrimenti resterebbe immutabile, mette le sue energie quando le mie non bastano più, affinché il dolore non arrivi troppo vicino a fiaccare il corpo e la mente, prende il dolore, come suo perché il sogno resti mio.
L’estranea ha forza che è creatrice quando la mia sarebbe solo di mera opposizione, crea perché vede quello che la mia miopia non permette, perché da lontano i confini sono netti e non c’è implicazione sentimentale, perché ricorda il dolore degli sguardi, delle parole, delle illusioni, quello che io voglio dimenticare. Ha la forza di chi non ha nulla da perdere e quindi si concentra come nucleo creativo, dedica tutta se stessa ad ogni atto senza risparmiare nulla, senza salvare qualcosa per quello che verrà poi ma vive quell’attimo perché quello è il suo momento e di quello deve godere davvero fino in fondo.
È spietata quando mi ricorda che sono una mosca, continuo a sbattere contro i vetri per cercare di acchiappare un po’ di cielo, continuo a guardare al di là degli occhi perché lì è l’essenziale,cerco l’arte che è solo la nostalgia di dio per gli uomini e dio neanche c’è, lei è presente quando sono vinta dalla stanchezza interna e me ne resto lì, piantata nelle mie ossa, con lo sguardo sconfitto di una bimba che non vuole farsi vedere mentre perde per bisogno d’amore, che ricorda tutto il dolore di aver dovuto aspettare quell’amore, tutta la paura di vederlo andare via. É crudele ma è lì con me, non usa parole e non offre conforto ma la presenza e la forza muscolare per fare quello che c’è da fare, per cambiare un pannolino, per ritirare i panni, per lasciare che dentro io possa continuare a volare anche se sbatterò ancora contro quel fottuto vetro.
L’estraneità è stata per me la scoperta di una forza che non credevo di possedere, non è mero distacco dalle cose, perché tutte quante mi abitano nel profondo, non è creazione di una personalità altra, perché ho memoria di ogni atto, non è paura per quello che non è stato, perché tutto ancora può essere, tutto quello che davvero importa. Sono diventata estranea perché ho capito che quello che credevo sarei diventata non sono, di non avere la vita che pensavo sarebbe stata la mia, di non abitare la città in cui sarei voluta essere, ma la mia nuova forza è nell’accorgermi con stupore che nonostante questo guardandomi allo specchio io mi scopra felice, che in fondo ai miei occhi ci sia sempre io.

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Una risposta a La forza dell’estraneità

  1. angelo ha detto:

    C’e’ un grande movimento come di onde sempre piu’ lunghe che avvolge ritmicamente lo scoglio del soggetto ripetuto in un mantra vitale dove tempo spazio e immagini si mescolano in un insieme affascinante. L’esame dello straniero e ‘ portato ad un parossismo vivificante significante assolutamente bello e vero e puro come quando l’occhio si posa su qualcosa di eroico e divino-umano. grazie angelo

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