Violenza sulle donne: diritto di proprietà riconosciuto dalla società della donna-oggetto

Dio me l’ha data, guai a chi la tocca! Soleva dire Napoleone a monito del potere legato alla corona e, soprattutto del suo diritto divino di dominazione. Oggi, caduto (anche se solo apparentemente) il diritto assoluto di governo sui popoli, il retaggio di secoli di potere maschile sopravvive nell’uomo guerriero, che, privato del suo potere, rivendica il misero dominio tra le mura domestiche: la sua proprietà privata. Per quanto una potenza come gli Stati Uniti, abbia costruito la sua forza sull’esaltazione della proprietà, esistono casi in cui soggetti assetati di dominio, confondano le cose con le persone, estendendo tale diritto sulla donna,‘cosificata’, resa oggetto di potere. L’uomo violento considera, senza dubbio alcuno, la sua compagna territorio esclusivo, regolamentato da un codice di proprietà non scritto, che, però, la collettività in qualche modo gli riconosce.
L’uomo, in quest’ottica, ha facoltà di godere e disporre della donna e del suo corpo, fino al punto di decidere di porre fine alla sua vita qualora ella smetta di sentirsi assoggettata al suo dominio.
Sebbene la società, quella civile, inorridisca di fronte a un pensiero simile, i dati sono sconfortanti: secondo quanto riportato da La Repubblica, ogni tre giorni in Italia una donna è barbaramente uccisa dalla persona a cui è legata affettivamente. Il femmicidio, che i fautori della subordinazione femminile all’uomo, addolciscono con la locuzione di “dellitto passionale”, è una piaga del nostro Paese. La Casa delle Donne ha diffuso dati a dir poco preoccupanti, nel 2010 le vittime di questa mattanza silenziosa sono state 127.
E se sono tante le campagne di sensibilizzazione a favore del diritto della donna di essere tutelata e difesa dalle istituzioni, ancora troppe vittime di violenza domestica hanno paura di denunciare il partner, nonostante conoscano i rischi cui sono soggette. Questo dipende da molti fattori, uno di questi è l’impossibilità di un concreto sostegno, supportato da una solida informazione. A tal proposito è importante ricordare la necessità dell’azione della onlus Be Free, cui è dedicato l’articolo del quotidiano, che ha scelto l’ospedale San Camillo di Roma come sede dello Sportello Donna H24, luogo in cui le vittime trovano assistenza, conforto e supporto, 365 giorni all’anno e che ora, nonostante i risultati ottenuti, rischia di chiudere i battenti causa mancato rinnovo della convenzione.
Volendo, però, ragionare ante-factum sulla violenza, ipotizzando azioni concretamente preventive, dobbiamo chiederci da dove si origini tanta ferocia, indagando le ragioni sociali che hanno determinato un’escalation di femminicidi, senza ricondurre questi episodi nel calderone statistico della violenza in Italia, perché se ci soffermassimo a riflettere seriamente sulla rappresentazione della donna nel nostro Paese, non dovremmo poi restare sorpresi dell’alto tasso di violenza maschile.
Se, per esempio, camminando per strada vedessimo un cartellone di un uomo nudo, copriremmo gli occhi ai nostri bambini? Sicuramente. E perché non lo facciamo quando incontriamo la foto di una donna senza veli? Semplicemente perché siamo assuefatti alla mercificazione del corpo femminile. Corpo reso oggetto dalla pubblicità, che lo sfrutta, associandolo a qualsiasi prodotto purché ottenga il risultato di attirare il cliente e lo induca a comprare. Il marketing sul corpo delle donne, è materia che sebbene non abbia ancora ottenuto una cattedra ufficiale all’università, a livello strategico-commerciale gode di rispetto e credito nella stragrande maggioranza delle agenzie pubblicitarie.
Se ci sentiamo offese se la Lego propone la linea “Lego Friend”, meglio nota in rete come “Bambine vere” che, nella media, è la cosa forse meno irrispettosa che possa essere stata lanciata sul mercato, ci dobbiamo seriamente indignare del fatto che nel nostro Paese si stia seguendo la tendenza statunitense delle Kids’ Spa, luoghi in cui le bambine vengono introdotte alla maniacale cura del corpo, alla cultura di un apparire malato, che mostri la bambola che è in ognuna di noi sin dai primi anni dell’adolescenza.
E questa non è violenza? Ognuna di noi sa, ogni volta che accende la tv e vede lo spot di un frullatore presentato da una voce fuori campo sensuale, ultra femminile, che in quel preciso momento, si manifesta la mancanza di rispetto per la donna. Ognuna di noi è consapevole che, giorno dopo giorno, la cosificazione è sempre più in atto, nessuna di noi, per questo, si sorprende se un uomo, cui la società implicitamente conferma il diritto di proprietà sulla persona femminile, uccida la compagna, convinto di esercitare un diritto esclusivo.
Sappiamo per certo di non essere proprietà di nessuno, indignamoci, oggi più che mai, e reagiamo alla società che ci mercifica, boicottiamo chi ci associa a un cellulare o a un pannello fotovoltaico. Non più schiave di pubblicità per il consumo, ma detentrici del potere di un consumo intelligente e libero. Abbiamo la possibilità di dimostrare che la violenza sulle donne è radicata nella nostra cultura, diventiamo produttrici di una società women-friendly!

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3 risposte a Violenza sulle donne: diritto di proprietà riconosciuto dalla società della donna-oggetto

  1. Mary ha detto:

    Bellissimo post complimenti. GHai ragione, non c’è da stupirsi se proprio in una società dove la donna viene rapresentata come un oggetto sessuale ci sono così tanti femminicidi. Quelli che uccidono le donne, considerano loro come degli oggetti, lo stesso vale per chi stupra e picchia una donna!

  2. letizia ha detto:

    Brava Virgy!!!Hai un blog stupendo. Devo dire che leggo volentieri sia te che Laura…chapeau!!!
    Io ne ho uno un po’rudimentale…ma l’importante è farsi sentire!
    Un bacio grande!

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