Secoli di cultura al maschile hanno ammalato la lingua italiana

Italia 1951 - Regia di Giorgio Simonelli Con Delia Scala, Ugo Tognazzi, Carlo Croccolo, Giovanna Pala

di Anna De Filippo

Analizzando alcuni modi di dire e proverbi della nostra cultura, si nota un’insita discriminazione linguistica che si configura, certamente, come lo specchio di una mentalità maschilista piuttosto radicata.
Tracce del retaggio di una cultura per lo più al maschile, permangono, ad oggi, nella lingua, a testimonianza di ciò basta pensare a una celebre frase comunemente usata in senso buonagurale alla notizia di una gravidanza: ‘Auguri e figli maschi’. Tale augurio resta, infatti, ancora parte integrante della lingua italiana, che di certo non ha subìto svecchiamento alcuno dalla cultura sessista.
La lingua italiana, a differenza di quella britannica, sembrerebbe totalmente ignorare cosa sia il non-gendered language propugnato all’insegna di un’equa political correctness.
E’ impossibile pensare di cambiare con un’operazione linguistica di genere, detti, proverbi e modi di dire, che affondano le radici in una lingua oramai non più così giovane. Né tanto meno spetta a noi l’arduo compito di stravolgere la tradizione linguistica stessa, semmai possiamo assumerci l’incarico di evidenziare quanto la lingua abbia oscurato il ruolo positivo della donna nella società. Per questo, sarebbe opportuno un cambiamento che tenesse conto delle esigenze storiche del momento e soprattutto si adattasse all’evoluzione della società.
I mutamenti linguistici avvengono a passi molto lenti e quasi impercettibili, sarebbe, infatti, impossibile pensare a una rivoluzione repentina nelle frasi comunemente utilizzate dalla cultura popolare antica, anche se nutriamo seri dubbi sul fatto che tale rivoluzione possa avvenire.
Si può, però, cercare di evitare alcuni cliché o modificarli a proprio piacimento non volendosi conformare a una mentalità attestante una cultura fortemente discriminatoria nei confronti della donna.
Premettendo che i bambini, a prescindere dal sesso, siano un dono bellissimo, non riesco comunque a comprendere come un augurio simile possa sopravvivere mutate le condizioni storico-sociali, quasi come se, ancora oggi, partorire una figlia e non un figlio fosse una punizione divina. Non so quali siano le motivazioni che spingano le persone a far sopravvivere simili retaggi, fosse per me o per le persone come me, frasi simili non si pronuncerebbero più da tempo. Perché partorire una figlia non dovrebbe essere un evento altrettanto lieto come quello di avere un figlio?
Probabilmente molti ricorrono a tale augurio semplicemente per individuare un modo di dire adeguato alla circostanza del parto, ma se analizziamo letteralmente la frase individuiamo un’idea a sfondo prettamente maschilista. Ed è proprio come risposta al tanto decantato ‘auguri e figli maschi’ che uno stralcio del libro Lettera a un bambino mai nato  di Oriana Fallaci, offre una grande opportunità di riflessione sul sessismo non solo della lingua, ma anche della cultura. In questo poche righe l’autrice ci regala una profonda emozione, accrescendo, se possibile, il nostro orgoglio di essere donne:

“Vorrei che tu fossi una donna. Vorrei che tu provassi un giorno ciò che provo io: non sono affatto d’accordo con la mia mamma la quale pensa che nascere donna sia una disgrazia. La mia mamma, quando è molto infelice, sospira: “Ah, se fossi nata uomo!”. Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende persino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia, si dice omicidio per indicar l’assassinio di un uomo e di una donna. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro Chiese, Dio è un vecchio con la barba bianca mai una vecchia coi capelli bianchi. E tutti i loro eroi sono maschi: da quel Prometeo che scoprì il fuoco a quell’Icaro che tentò di volare, su fino a quel Gesù che dichiarano figlio del Padre e dello Spirito santo: quasi che la donna da cui fu partorito fosse un’incubatrice o una balia. Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno che Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disobbedienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro al tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede di essere ascoltata. Essere mamma non è un mestiere. Non è neanche un dovere. È solo un diritto fra tanti diritti. Faticherai tanto a ripeterlo. E spesso, quasi sempre, perderai. Ma non dovrai scoraggiarti. Battersi è molto più bello che vincere, viaggiare è molto più divertente che arrivare: quando sei arrivato o hai vinto, avverti un gran vuoto. Si, spero che tu sia una donna: non badare se ti chiamo bambino. E spero che tu non dica mai ciò che dice mia madre. Io non l’ho mai detto.
Ma se nascerai uomo io sarò contenta lo stesso…”

O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano 1975

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2 risposte a Secoli di cultura al maschile hanno ammalato la lingua italiana

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  2. mizaar ha detto:

    be’, noi ci limitiamo agli auguri, in india continuano ad ucciderle, le bambine!😦

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