Bimbo gettato nel Tevere: siamo tutti un po’ colpevoli

Droga, violenza, depressione e anoressia, queste le parole chiave della tragedia del piccolo Claudio. Sedici mesi, gettato dal padre nel Tevere in una delle giornate più gelide che Roma ricordi nell’ultimo ventennio. I quotidiani hanno riportato poche notizie sulla morte del bimbo, prima tra tutte si rimarca che l’omicida avrebbe ucciso il piccolo solo per mantenere la promessa di vendicarsi della compagna. Della famiglia si sa poco: il padre-omicida pregiudicato per spaccio e probabilmente dipendente, abitualmente violento nei confronti della compagna che, a sua volta era vittima non solo del suo aguzzino, ma anche di una grave forma di anoressia e depressione. Poche informazioni ma sufficienti a delineare un quadro di sofferenza e disagio.

Ripenso da sabato al piccolo, non posso farne a meno, sarà perché sono influenzata da mio figlio o molto più semplicemente per l’atrocità della vicenda che lascia incredulo anche il più insensibile degli osservatori. Non volendo sostituirsi alla giustizia, né giungendo a sentenze affrettate basate sulla quasi non conoscenza del caso, proviamo ad allargare l’analisi a un livello più generale.

Un mio professore all’università si lamentava sempre del fatto che le persone accusassero la società dei misfatti letti sui quotidiani, poiché in tal modo si affermava che l’azione fosse compiuta dalla società e non da un singolo soggetto. Si irritava, ancor più, del processo socio mentale scaturito dall’addossare l’azione criminosa a un agente non solo ipotetico ma collettivo. In questo modo, a suo avviso, l’atto veniva sminuito della sua gravità. Un esempio? La violenza di massa: dire che la società è violenta in casi di guerriglia urbana, senza imputare ai soggetti coinvolti l’azione svolta, significa giustificare il soggetto limitandone la capacità decisionale. Allora, seguendo il ragionamento del professore, non tenendo conto del contesto in cui si è sviluppata la tragedia, l’omicida (permettetemi di non chiamarlo padre) del piccolo Claudio sarebbe ancor più colpevole di quanto già non lo sia. La droga e l’ambiente di degrado in cui (a quanto appreso) viveva, non hanno influito sul suo comportamento? A questa domanda non so davvero cosa rispondere, perché se si ragiona per binari paralleli e opposti, entrambi sembrano comunque veritieri.

Esplicito il ragionamento: “giustificare” con il contesto una simile violenza contribuisce a sminuire la bestialità dell’azione stessa. Come può, infatti, un padre uccidere il proprio figlio per vendicarsi di una donna? Anche se bisogna notare che l’uomo – sempre da quanto appreso dai giornali – minacciando la compagna, ripeteva con tipico tono maschilista, “Se mi lasci ammazzo TUO figlio” distaccandosi affettivamente da quel bambino che considerava al pari della madre. Come si può, inoltre, pensare di imporre una relazione con la violenza e, con quale coraggio inumano riversare l’odio nei confronti di un innocente indifeso?

Vista in quest’ottica, se non altro per un istinto umano, ci renderemmo complici dell’omicida proponendo una qualsiasi attenuante a sua difesa. Ma, giudizi personali a parte, possiamo davvero eliminare il contesto senza modificare l’analisi? A sangue freddo non credo, forse perché ho ancora speranza di un miglioramento sociale, perché ho fiducia nella possibile educazione e formazione delle generazioni future o solo perché ho paura di ammettere che non sia il contesto ad essere colpevole, ma una incomprensibile cattiveria insita nel genere umano.

La vicenda però dovrebbe farci riflettere su aspetti universali: primo tra tutti sulla necessità di tutela per le donne e per i bambini. Vero è che in Italia esiste una sviluppata assistenza sociale, ma è anche assodato che gli assistenti, un po’ per dimostrata mancanza di fondi e un po’ per la paura delle vittime-madri che a una denuncia corrisponda sempre e comunque l’allontanamento del bambino dall’ambiente potenzialmente pericoloso, spesso non possano intervenire concretamente.
Una madre anoressica e depressa già di per sé avrebbe bisogno di un concreto supporto, se poi ci aggiungiamo un compagno violento (a mio avviso in realtà colpevole del disagio della donna, ma questo è solo un giudizio personale) il quadro si aggrava notevolmente.

Ognuno di noi è, infatti, parzialmente colpevole della morte dei vari Claudio che ci sono stati e che, purtroppo, ci saranno se non si metteranno in campo politiche sociali concrete. Non basta proclamarsi contro la violenza se giorno dopo giorno assistiamo al crescendo di piccoli gesti di molti individui che fanno da sostrato e incitamento all’esplosione violenta di quei pochi che poi concretizzano l’azione. I social network da questo punto di vista sono importanti (anche se molto spesso sottovalutati). Il seguitissimo blog, “Un altro genere di comunicazione” denuncia da tempo sulla pagina Facebook il crescere di pagine violente, soprattutto contro quelle donne che si battono per i diritti di tutte noi. Secondo quanto da loro rilevato sarebbero molte, infatti, le pagine e i messaggi di violenza contro le donne, lanciati attraverso il social network.

La società allora esiste o no? Personalmente, sono favorevole al concetto di ‘società’, capisco e in parte condivido l’idea di fondo di rimarcare l’azione criminosa individuale, ma ritengo che la società non solo esista, ma che rappresenti il comportamento globale della collettività. Il senso partecipativo di massa che scaturisce dall’aggregazione in rete può, infatti, degenerare in un crescendo di violenza. Contrariamente a quanto sosterrebbero individui forti e non influenzabili, lo spazio virtuale è sia luogo positivo di confronto e dialogo sia, a causa del diffuso approccio superficiale dell’utente, una zona franca che contribuisce a insediare ancor di più non solo la misoginia, ma la violenza sull’indifeso.

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