Auguri SNOQ! Sapevi di essere anche un insulto?

Esattamente un anno fa nasceva Se Non Ora Quando: movimento libero, indipendente e popolare. Una ventata di aria fresca per il Paese incapace, nonostante tutto, di percepire concretamente la situazione delle donne italiane.


Eppure quelle donne che marciarono per le città sono oggi definite dalla rete come rabbiose, isteriche, incazzose e populiste. Recenti commenti a un articolo pubblicato su Linkiesta da Antonio Fusco dal titolo “Ma il corpo di un uomo vale meno di quello di una donna?”, hanno evidenziato un atteggiamento superficiale e di disprezzo da parte di molti utenti nei confronti del movimento di donne per le donne: SNOQ.
L’interesse per il pensiero di un commentatore di un quotidiano è evidente: dalle sue considerazioni si può, infatti, delineare il profilo di un certo tipo di italiano. Nei commenti all’articolo (che vi consiglio) si legge: «Cos’è questo, un esempio di pratica sociologica basata sul populismo del “Se non ora quando”? Ma sta scherzando, spero!» e ancora «Sinceramente è un articolo che puo far piacere a qualche femminista repressa e incazzosa tipo “Se non ora quando?Facciamo domani o meglio domani l’altro”…per il resto stendiamo un velo pietoso per favore.»

Coloro che hanno scritto le frasi che qui ho riportato non sono sicuramente stolti o ignoranti, li definirei, piuttosto, “non vedenti per scelta”. Persone che non si arrendono neppure al cospetto di prove concrete, dati statistici o di una quotidianità sempre più violenta e ostile alle donne.
Non bastano le denunce di innalzamento del tasso di femminicidi: nel 2011 sono state, come noto, 127 le donne uccise per mano del proprio partner, non è sufficiente citare in continuazione i dati Istat sulla condizione femminile nel mondo del lavoro, non serve a nulla ricordare che per poter consentire il libero accesso alla politica, in Italia ci siamo dovuti imporre le quote rosa. Che dire poi, se risultano vane anche le sollecitazioni dell’Onu al nostro Governo di intervenire concretamente per raddrizzare la situazione nazionale, dato che il nostro Paese «occupa il penultimo posto tra i paesi europei sul tema dell’equiparazione di genere». Nulla sembra poter sconfiggere il pregiudizio e la superficialità.

Sopravvive imperturbabile la convinzione che il milione di donne che sfilò in tutto il Paese il 13 febbraio 2011, fosse la rappresentanza di un movimento affetto da isteria e persecuzionismo. È l’Italia maschilista, invece, a essere affetta dalla malattia dei paraocchi, soprattutto quando l’argomento, sul quale si cerca di far riflettere la gente, riguarda le donne. Maschilisti impauriti che considerano le donne che denunciano, mere fallite che riversano sulla società le colpe del proprio fallimento, contagiando con rabbia le altre donne.
Le accuse sono svariate, molteplici e a volte anche divertenti per la loro assurdità e, anche se, sarebbe molto più semplice ammettere che se il sistema non funziona, posizioni oltranziste negano con intransigenza l’esistenza di meccanismi ostatitivi alla piena emancipazione femminile. Se anche lavoro e maternità, come più volte ricordato, sono legate da un rapporto inversamente proporzionale e donne e dirigenza hanno la stessa percentuale delle oasi nel deserto, lo zoccolo duro machista attribuisce le difficoltà lavorative a una presunta incompetenza femminile (incompetenza indimostrabile se si analizzano i risultati accademici tra i sessi a parità di formazione).

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