Giovane coppia suicida a Dacca: predisporsi a capire

Da Women must go on @Linkiesta

Avevo letto giorni fa di uno studio che mostrava come le donne, vittime di violenza domestica, fisica e psichica, sono più propense al suicidio. La ricerca, riportata dal Daily Star il 12 febbraio, e presentata nell’ambito del seminario “Suicide among women: Context and prevention”, svela un innalzamento del tasso di violenze, a livello mondiale, che ha indotto i ricercatori a indagare i suicidi con uno spirito internazionale, più che strettamente nazionale.

Secondo lo studio, condotto dalla psicologa Mehtab Khanoa, docente all’università di Dacca, sono le adolescenti le principali vittime. Le giovani, infatti, si sentirebbero isolate e soffrirebbero la mancanza di affetto e attenzione generata dall’impossibilità dei genitori di dedicare tempo sufficiente ai figli/e. La mancata comunicazione in famiglia aggrava la sensazione di disagio degli adolescenti, le ragazze e i ragazzi sono presentati come maggiormente vulnerabili, se presenti ai litigi tra i genitori.

Soli due giorni dopo, per una tragica fatalità, due giovani bengalesi Mitu, 16 anni lei e Saud, 17 lui, si suicidano a causa dell’ostilità delle rispettive famiglie nei confronti della loro relazione. I due avrebbero pianificato la loro morte, avendo appreso che la famiglia della giovane l’aveva promessa in sposa a un altro uomo.

La vicenda mi ha fatto tornare alle origini, ai tempi delle ricerche sui pregiudizi culturali in tema di tradizioni, le quali sono spesso considerate, attraverso valutazioni superficiali e sommarie, colpevoli della sofferenza umana. Posto che soggettivamente è molto difficile comprendere le logiche che spingono le famiglie a credere che sia migliore imporre un matrimonio, piuttosto che concedere la libertà di scelta ai figli, vorrei cercare di rimarcare la necessità di analizzare l’accaduto senza colpevolizzare la cultura in cui questa tragedia si è verificata.

Vorrei ‘sfruttare’ la letteratura, che è strumento privilegiato di mediazione culturale, per cercare di proporre un’interpretazione meno pregiudiziale del rapporto donna-matrimonio nelle culture sub-continentali. I giovani mi hanno ricordato il romanzo di Monica Ali, Brick Lane, (di cui esiste anche un film) forse perché l’autrice bengalese mostra le conseguenze sulla vita degli individui che scelgono un matrimonio d’amore, contravvenendo a regole non scritte, vigenti in un’area in cui la contaminazione culturale fa sì che il sistema castale non sia esclusivo appannaggio della religione induista. Ancor di più, perché è stata capace in un solo romanzo di offrire al lettore una panoramica abbastanza completa della difficoltà di mantenere intatte le strutture della tradizione nell’era globale.

Il romanzo non è molto noto, anche se piuttosto datato: la prima edizione risale, infatti, al 2003, mentre in Italia è stato pubblicato solo nel 2008 da Il Saggiatore. Parlare di un libro che, rispetto alla data di pubblicazione originale, ha quasi dieci anni può sembrare una follia, ma alla luce di quanto accaduto a Dacca soli tre giorni fa, riesumare dalla libreria Brick Lane può aiutare a rendere meno assurda e incomprensibile la morte dei due giovani. Il testo si inserisce nell’epoca della considerata simbolo dell’emancipazione femminile inglese: il passaggio dai movimenti sub-culturali alla partecipazione attiva della donna alla vita politica e istituzionale del paese, rende gli anni ’70-’80 periodo di particolare interesse. Sono gli anni di Margaret Thatcher, della moda succinta e provocante, di Cindy Lauper e di Madonna, che inneggiavano all’emancipazione a suon di Girls just wanna have fun e Material Girl. Contestualizzando il testo, la descrizione che Ali fa delle le ragazze di Brick Lane nei loro sari (Brick Lane è una via del quartiere Tower Hamlets in cui si registra un’altissima presenza bengalese), alle prese con la quotidianità che non va mai al di là della comunità, risulta quasi oppositiva.

Ali narra la storia di Nazneen, diciottenne proveniente da un piccolo villaggio del Bangladesh, data in sposa a un uomo di quasi il doppio dei suoi anni, con la speranza che questo matrimonio possa garantire un futuro più che dignitoso alla giovane.
Il matrimonio combinato, pratica che affonda le sue radici nelle culture mondiali, non strettamente asiatiche, è narrato in Brick Lane attraverso le differenti scelte di vita di Nazneen e di sua sorella Hasina: la prima si adegua all’imposizione, mentre la seconda si ribella scegliendo un matrimonio d’amore che, però, la conduce alla rovina. Attraverso l’esperienze di molte donne, narrate tra un tè e l’altro, Ali ripercorre tradizioni, usanze e credenze sul matrimonio, facendo avvicinare il lettore a un universo valoriale considerato lontano e che spesso è la causa di difficoltà di integrazione e comunicazione interculturale.

Gli occidentali, sono soliti accusare le culture altrui senza riconoscere che molte delle tradizioni additate fanno parte del sostrato culturale vivo sino a pochi decenni fa in Europa e in particolar modo nel nostro Paese, si pensi solo alla data di abolizione (1981) del delitto d’onore in Italia.

Ali ha il merito di rimanere imparziale nella narrazione, nonostante la sua appartenenza culturale alla comunità bengalese, riesce anzi, ad allargare l’analisi anche al rapporto oriente-occidente-modernità. Nel narrare la vita infelice e dolorosa di Hasina, inserisce, non a caso a mio avviso, un personaggio ibrido, ‘contaminato’ dalla cultura occidentale: la facoltosa signora, presso cui Hasina presta servizio, è, infatti, un ex-reginetta di concorsi di bellezza, rappresentazione-beffa dell’emancipazione femminile occidentale o del mito bengalese della stessa, che dimostra, prima di tutto il controverso rapporto dei paesi sub-continentali con il loro passato di colonie britanniche.

Vi consiglio, quindi, la lettura di Brick Lane, perché offre un’ampia varietà di spunti di riflessione: sollecita la necessità di un dialogo intra e inter-culturale, affinché sia legittimato il mutamento comportamentale delle giovani generazioni senza, però, che una determinata cultura ne possa pagare le conseguenze, invitando il lettore a riflettere sui concetti di libertà e comunità e sullo scontro, a volte tragico, fra tradizione e modernità.
È più facile condannare episodi di cronaca come segno di inciviltà, rispetto all’interrogarsi sulle ragioni che spingono a perpetrare tradizioni che ai nostri occhi sembrano anacronistiche. Sarebbe, invece, molto più proficuo indagare cosa c’è dietro per creare un rapporto paritario tra le varie culture, mantenendo saldi i vincoli derivanti dalla Dichiarazione dei Diritti Universali.

Se vogliamo combattere davvero ogni genere di stereotipo che sia la donna-oggetto, l’immigrato-clandestino o lo straniero-incivile, cercando di garantire la libertà dei singoli, dobbiamo fare uno sforzo per avvicinarci a quello che non conosciamo.
La letteratura crea quel ponte di comunicazione tra chi conosce una pratica perché vissuta e chi, come in un atto di fede, si fa portare per mano per scoprire quello che fino a poco prima gli sembrava ignoto, con la speranza che una presa di coscienza vera possa aumentare il dialogo interculturale, migliorando, in concreto, la vita di ognuno di noi.

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