Caro Sen. Rutelli, le seconde generazioni aspettano

Da Women must go on @Linkiesta (22/02/12)

 

Caro Senatore Rutelli,
ho letto la sua intervista apparsa su Il Giornale, in merito alle valutazioni su un’eventuale introduzione, nell’ordinamento italiano, dello ius soli. Da semplice lettrice e cittadina, ammetto di aver provato qualche perplessità, poiché non concordo sul nesso proposto tra cittadinanza e immigrazione né, tantomeno (sebbene capisca che in un’intervista di poche righe non sia facile affrontare un simile argomento) il sostenere che esistano requisiti relativi alla cittadinanza basati su comportamenti culturali. Nell’intervista si legge: «Mi riferisco a quella componente non laica dell’Islam che persevera in pratiche che contraddicono i nostri principi basilari: dalla poligamia all’assoggettamento della donna. Un padre che vieta a una figlia femmina di andare a scuola non è compatibile con la cittadinanza italiana» è consapevole di quanti italiani potrebbero essere privati della cittadinanza a seguito di comportamenti simili che sono, ovviamente, deprecabili a priori, ma che non sono prerogativa culturale o religiosa?

Dall’intervista apprendo che sarebbe contrario al criterio dello ius soli, poiché il meccanismo automatico favorirebbe un’entrata massiva di aspiranti cittadini UE, mentre sarebbe favorevole a uno snellimento burocratico, con riduzione dei tempi, dei meccanismi previsti dalle leggi vigenti.
In sincerità, potrei dirmi quasi già soddisfatta se questo fosse realmente possibile, ma vorrei comunque proporle una prospettiva diversa di approccio al tema cittadinanza, cercando, per quanto mi sia possibile, di non cadere nel retorico popolare che, giustamente, sarebbe controproducente.

Mi interessa l’aspetto proposto della conoscenza della lingua (condizione introdotta negli ultimi anni dalle disposizioni aggiuntive in tema di immigrazione), credo che proprio la lingua possa essere la chiave esemplificativa del mio pensiero poiché la lingua veicola codici legati alla cultura. Quando uno studente cerca la padronanza di una lingua straniera, può ritenere di avere una buona padronanza di quella lingua se ne comprende e utilizza attivamente modi di dire e proverbi, poiché, in questi, sono veicolati usi e tradizioni culturali. I ragazzi/e che oggi chiedono la cittadinanza (perché non si parla di eventuali soggetti, ma di soggetti reali che attendono in un limbo), le cosiddette seconde/terze generazioni, non sono giovani nati nel territorio patrio e rimasti intrappolati nella cultura di origine (che poi non mi auguro si auspichi un’alienazione dalla cultura dei genitori), sono figli illegittimi (per volere giuridico) di una madre patria comune. Non hanno bisogno di imparare quella lingua di cui Lei fa requisito, anzi la dominano perfettamente perché è la loro lingua insieme a quella dei loro genitori.

Sa meglio di me, poi, quanto difficile sia ottenere oggi quello che è previsto dalla legge (ossia la cittadinanza a seguito di richiesta effettuata dopo la maggiore età) e quanto possa essere difficile, per un giovane, sopportare (se ancora il concetto di patria ha un senso positivo) il sentirsi rifiutato dalla terra in cui si è nati, di cui si studiano storia e arti, che, dimenticando le legittimazioni legali, si considera propria più di quanto possano sentire molti discendenti dello ius sanguinis.

Non si potrebbe ovviare a quanto da lei paventato, ponendo delle condizioni minime di stanziamento dei genitori del nascituro attuando il criterio previsto da paesi a forte immigrazione come la Gran Bretagna, che mostri, però, volontà di inclusione nei confronti dei nuovi cittadini? Sarebbe davvero così difficile far convivere, a livello giuridico, il meccanismo della discendenza con quello della stabilizzazione?

Comprendo che il nostro sia un Paese che abbia bisogno di passi graduali e, in un certo senso, condivido la necessità di regolamentare, questioni che possano dar luogo a molteplici interpretazioni, ma siamo davvero così lontani dall’entrare in sintonia con una visione che sappia conciliare il globale e il locale?

Spero sinceramente di no, perché se il multiculturalismo sotto molti punti di vista ha fallito, l’intercultura può rappresentare una valida alternativa, una ricchezza, perché parlando di cittadinanza italiana delle seconde generazioni, non possiamo eliminare l’apporto interculturale che i nuovi italiani offrirebbero al nostro Paese.

Un cittadino non contribuisce solo economicamente al Paese, ma lo costruisce con il suo agire e, che ci piaccia o no, è ora di riconoscere a questi connazionali (non giuridici) il riconoscimento della loro esistenza.
Certa di aver sforato un po’ nell’emotività scrivo a Lei, rappresentante politico, con la speranza di proporre un’interpretazione (ovviamente non universalistica e sicuramente opinabile) della questione dal basso.

Cordialmente,

Virginia Odoardi

 

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