Pregiudizi e luoghi comuni complici dello stupro di una 14enne

Da Women must go on @Linkiesta

Le notizie fanno più eco se sono date in serie, questo si sa, poiché si insinua l’idea che vi sia un dilagare di eventi simili e simultanei. In questo modo, però, i problemi sociali sembrerebbero avere la tendenza a manifestarsi periodicamente e in contemporanea, eliminando in un certo senso la percezione di continuità. Purtroppo è noto che la realtà è ben diversa: le notizie, ovviamente, arrivano alle cronache per scelta di pertinenza e non perché uno specifico fenomeno presenti fasi di stallo e momenti di picco.

In questi giorni sono state pubblicate più vicende relative alla violenza sui minori: bullismo, violenza sessuale, pedofilia e molestie. Piaghe sociali che purtroppo accadono quotidianamente. Basta una semplice visita al sito del Telefono Azzurro per rendersi conto della diffusione del problema violenza in tema di minori. I dati statistici a riguardo dimostrano, inoltre, anche la diffusione di epifenomeni spesso sottovalutati, ma che invece sono sintomo di un aggravarsi del tasso di violenza che coinvolge i minori.

L’accesso alla rete per i giovani è sostanzialmente molto facile: le norme che regolamentano l’iscrizione ai social network, per esempio, prevedono un’età minima dell’utente. Facebook, per esempio, ha posto il limite inferiore a 13 anni, impostando poi una serie di restrizioni a tutela di profili di minorenni fino alla maggiore età. È noto, però, che molto spesso, queste limitazioni, siano considerate di impedimento dai giovani, che le aggirano, facilmente, falsificando la data di nascita.

La violenza in rete spesso rientra in quella categoria considerata ‘epifenomeno’: il potenziale di pericolosità di un aggancio in rete, infatti, è spesso sottovalutato anche dall’utente maggiorenne. Eppure, proprio la cronaca di questi giorni riporta la vicenda di una ragazza 14enne di Cerignola (Fg) adescata prima su Facebook e vittima poi di abusi da parte del branco composto da due 14enni e tre 13enni

Secondo quanto riportato, la ragazza ha ceduto alla violenza sessuale a seguito della minaccia di veder pubblicato in rete il video (girato a sua insaputa) che la ritraeva insieme a uno dei coetanei conosciuti su Facebook , infatti, per «fermare questa “macchina del fango” avviata nei suoi confronti, lo scotto da pagare sarebbe stato acconsentire alla richiesta dei ragazzi di avere rapporti sessuali, anche completi, con loro».
La tragedia di cui è stata vittima questa adolescente, racchiude in sé molti elementi di notevole interesse: la violenza minorile di branco, il ruolo giocato dal social network per connettere i giovani e, ancora una volta, nonostante il ‘progresso’, la paura del giudizio della gente (giudizio, che in tal caso, sembra dovesse scaturire da tenere effusioni tra adolescenti). Doppiamente vittima, quindi, la giovane ha ceduto allo stupro per non vedersi infangata da pregiudizi e stereotipi.

Il 2011 ci aveva lasciati con un caso che avrebbe dovuto insegnare ai genitori che, mutate le condizioni storico-sociali, i figli debbano essere protetti in maniera diversa rispetto alle precedenti generazioni. Non che si debba ‘non insegnare una morale’, ma che il passaggio da morale a falso moralismo, può risultare pericoloso e distruttivo. Il falso stupro di Torino, denunciato da una minorenne nel dicembre 2011, che è stato causa di violenze inaudite contro un campo Rom della zona, è scaturito, infatti, dalla paura di ammettere di aver avuto un rapporto sessuale, paura che ha reso la ragazza connivente di un raid razzista, non certo voluto o immaginato. Una giovane tanto spaventata dalle conseguenze di una propria scelta, da pensare di salvare la propria immagine proponendo alla propria famiglia qualcosa di più aberrante di aver perso la verginità prima del matrimonio: la violenza sessuale perpetrata da uno ‘zingaro’.

All’epoca dei fatti, molti furono concordi sulle conseguenze di quello che definirei falso moralismo (che, per prima, ha reso vittima la ragazza) ma la vicenda della 14enne di Cerignola, si pone a un livello maggiormente preoccupante perché la paura del giudizio rispetto un’azione innocente (per esempio un bacio)è stata talmente paralizzante da averla costretta a rendere facile la strada ai suoi aguzzini. L’epoca della virtual reality sembra rivalutare anche il peso specifico delle azioni dei singoli: la violenza in rete avrebbe meno peso della violenza fisica, anche e soprattutto nella percezione di chi la perpetra. Molti dei cyber-bulli (minorenni o maggiorenni che siano), a mio avviso, non percepiscono la reale gravità delle loro azioni. Il nascondersi dietro uno schermo dà loro la garanzia di non offendere né ferire realmente la vittima prescelta. Telefono Azzurro riporta «i dati relativi alla diffusione del cyberbullismo, che fanno supporre che il fenomeno sia in crescita anche in Italia soprattutto nella fascia 12 – 19 anni: l’8,1% degli adolescenti dichiara di aver diffuso informazioni false su un’altra persona tramite Internet o il cellulare; il 6,5% dice di aver escluso intenzionalmente una persona dai gruppi on line e il 5,8% di aver inviato materiale offensivo tramite i nuovi mezzi di comunicazione».

I genitori, a mio parere, hanno in questo campo un ruolo primario, più delle istituzioni che, comunque, devono svolgere una capillare attività informativa (cosa che fortunatamente a volte ottiene risultati positivi). Non si ovvia al potenziale rischio censurando i propri figli, ma seguendoli in un processo di crescita che, oggi, segue percorsi molto diversi e accelerati. Che sia la rete o la ‘strada’, gli adolescenti devono essere informati dai propri genitori circa i potenziali pericoli della pubblicità delle loro azioni. Non si può impedire ai propri figli di crescere, né tantomeno considerare internet unico responsabile dell’innalzamento della violenza minorile, non è, inoltre, proficuo soffocare una giovane mente, ricettiva e attratta dalle evoluzioni tecnologiche a cui normalemente accedono i suoi pari.

Sarebbe, invece, utile ragionare sull’esempio che la società adulta offre ai giovani: un tredicenne potrebbe considerare una sua coetanea carne da macello per il suo divertimento se fosse circondato da una società equa che sapesse insegnare il rispetto dell’altro (e nello specifico del corpo femminile)?
Sinceramente non credo, anche se so che una simile affermazione darà adito ad accuse di voler mettere in atto processi mistificatori della realtà volti a vittimizzare ancora una volta la donna, ma ritengo che sia pericoloso accusare le tecnologie di aver contagiato i nostri figli senza prima operare un’analisi su noi stessi e sulle nostre azioni.

 

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