Rai 1 e la violenza sulle donne: Mai per amore

Da Women must go on @Linkiesta

La Rai ha trasmesso ieri il primo film del ciclo, Mai per amore, sul tema della violenza sulle donne. Il primo episodio,Troppo amore, diretto da Liliana Cavani, ha attirato quasi 5 milioni di spettatori.

Il film incentrato sul tema dello stalking maschile (sebbene è noto che esista lo stalking femminile, dati dimostrano che l’80% delle vittime è donna), ha raccontato la storia di Livia che incontra ‘per caso’ l’uomo perfetto. Per caso, perché l’uomo in questione, in realtà seguiva la ragazza da tempo. Livia si innamora di Umberto, lui dice di amarla, la ricolma di regali, le apre le porte di casa sua, una splendida villa da sogno, in cui Livia in un primo momento vive una favola, ma che, mano a mano, diventa la sua prigione. Umberto comincia a limitarla, a imporle scelte: lasciare il lavoro (in modo da negarle l’indipendenza economica), la induce a riprendere gli studi e vestirsi in maniera più elegante (per renderla una donna adeguata al suo tenore di vita). Al primo passo sbagliato di Livia (un caffè con gli amici), Umberto la picchia ferocemente e comincia a svelare la parte disumana di sé, quella che mascherava sotto le mentite spoglie dell’uomo da sogno.
La trama procede in un crescendo di violenza e ossessione da parte di Umberto nei confronti di Livia che, come molte vittime, ha difficoltà a confidarsi con qualcuno e denunciare e soprattutto ha quella propensione (indotta da paura, senso di colpa per non aver capito prima e terrore di ammettere prima di tutto a se stessi che la persona amata è in realtà un mostro) a giustificare il suo aggressore, atteggiamento che spesso viene considerato tratto di autolesionismo e che, invece, è sofferenza e dolore, violenza sull’anima spaventata e ferita a morte.


Il film vuole spronare le donne a denunciare, ma in qualche modo omette che, molto spesso, nonostante la denuncia, lo stalker continua la sua opera persecutoria. Sfortunatamente, giudizi tecnici a parte, la trama non può considerarsi irrealistica. Il film ha anzi il merito di aver offerto una visione cruda anche a coloro che, pur ammettendo l’esistenza di questa piaga sociale, non ne conoscono gli aspetti concreti, i risvolti e i possibili sviluppi. Personalmente ho visto il film con il mio compagno, che, sebbene sia bombardato quotidianamente dalle notizie di cronaca che raccolgo in rete, non aveva la percezione della durezza della violenza e di quanto lo stalking possa assumere aspetti variegati e distruttivi.

A tal proposito, a seguito della proiezione, Porta a Porta ha discusso varie tematiche legate a donne vittime di violenza. Un passaggio sullo stalking è degno di una riflessione: Vespa, parlando con le protagoniste del ciclo Mai per amore, (sfortunatamente vittime di stalkers nella vita reale) ha chiesto se i loro persecutori (fan ossessionati dalle attrici) fossero stati quanto meno cortesi. La domanda ha suscitato ilarità sdegnata delle intervistate che quasi in un coro hanno risposto ‘Ma sta scherzando?’. La frase di Vespa non denota insensibilità, ma una diffusa non considerazione effettiva della pericolosità dello stalking, che se non degenera in violenza fisica, è spesso considerato iperbole di un’ammirazione eccessiva.

Lo stalking, riconosciuto come reato con legge 38/2009, secondo quanto riportato dal Ministero dell’Interno, «è un fenomeno trasversale, diffuso nella nostra società più di quanto generalmente si immagini. Si tratta di una violenza di tipo psicologico; una forma persecutoria che può degenerare in casi di violenza più gravi. Nel 2011 su circa 8.000 reati persecutori più del 77% hanno avuto come vittima una donna.»
Lo stalker annienta la vittima psicologicamente, prima che fisicamente, ha la convinzione del pieno possesso, non esiste alternativa all’imposizione del persecutore, l’oggetto del desiderio deve essere suo. E’ noto che le vittime subiscano molestie continue, intrusioni nella vita privata con appostamenti, pedinamenti, telefonate, regali etc etc.

Purtroppo la violenza psicologica, che di per sé è sufficiente a indurre la vittima in uno stato d’ansia e paura, negandole di fatto libertà e serenità, può degenerare in violenza fisica. Lo stalker che trasforma la persecuzione in violenza fisica, secondo studi, colpisce per paura di perdere il controllo, non perseguita ovviamente per amore. Le ricerche, inoltre, registrano una apparente normalità dei soggetti in questione, il che rende la vittima non cosciente del potenziale quadro persecutorio prima che questo diventi evidente e ossessivo.

L’amore non è mai troppo se è amore. L’ossessione, il controllo, la persecuzione non sono mai amore, sono solo violenza, ignoranza e aridità.

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