Ragazze in web: la fiction inciampa sulle escort

da Women Must Go On@Linkiesta

La Rai ha trasmesso il secondo film del ciclo Mai per amore: Ragazze in web. La pellicola, diretta da Marco Pontecorvo sceneggiata da Andrea Purgatori e interpretata da Carolina Crescentini e Francesca Inaudi, si incentra sulla vita di due ragazze Claudia e Silvia, studentesse coinquiline, che provengono da ambienti sociali opposti. Squattrinata, la prima, mantenuta da un padre milionario, la seconda, si scontrano con la necessità di guadagnarsi l’indipendenza economica.

Claudia, per pagarsi gli studi, fa la web-cam girl (spogliandosi per utenti di un sito web dedicato) e l’accompagnatrice. Volendo aiutare l’amica, insofferente della dipendenza dal padre che non si è mai curato di lei, se non economicamente, le suggerisce di fare lo stesso. Silvia accetta, ma solo per poco, fino a quando non scopre che Claudia ha compiuto un passo successivo: ha trascorso una notte con un industriale che l’ha pagata 2000 euro per fare sesso. La notizia induce Silvia a considerare (solo in una prima fase) Claudia in maniera diversa, a giudicarla una ‘puttana’, poiché il passaggio dal virtuale al reale avrebbe in un certo senso reso Claudia colpevole di un vero peccato.

La trama, a mio parere, è fin troppo romanzata e, se mi è concesso, fuori tema: Claudia concede l’esclusiva al ricco industriale che, in cambio, le offre un appartamento e una vita lussuosa. Ma, quando la ragazza rimane incinta, il ‘padrone’ (come si accenna tra le righe in una battuta del film), mostra la sua vera faccia: le offre i mezzi per l’aborto e la scarica poiché colpevole di non aver preso le dovute precauzioni.
Come nei migliori finali romanzeschi si scopre, inoltre, che il ricco industriale è il padre di Silvia, la quale, disgustata dall’ennesima prova di egoismo dell’uomo, coglie l’occasione per liberarsi dal rapporto con quello che considera alla stregua di un datore di lavoro, mentre Claudia, condotta verso la via della salvezza, non è obbligata a scegliere se abortire o meno, poiché investita, perde il bambino.

Non ho ben compreso quale fosse il nesso con il tema della violenza sulle donne, sicuramente Ragazze in web si inserisce in quel filone in cui le pedine giocano ruoli ben stabiliti e difficilmente modificabili: una ragazza ricca di famiglia ma mantenuta e quindi dipendente, in opposizione a una che “pur di non pulire i cessi degli alberghi” (citazione) sceglie la cosiddetta strada facile e, ancora, il ricco industriale senza cuore che reifica ogni essere umano attraverso la compravendita. Seppure in un certo qual modo la logica della cosificazione della donna abbia un senso realistico, secondo una certa prospettiva, ritengo questo secondo film stereotipato e limitativo. Il film ha, infatti, gli occhi di uomo (sebbene di un tipo di uomo giudicato anch’esso più che negativamente): Claudia sembra tenere le fila della situazione, ma diventa presto prigioniera del castello dei sogni, quando invece, è noto, che esistano ‘Claudie’ che scelgono liberamente un mestiere (sebbene per alcuni deprecabile) senza ridursi al ruolo di marionette.

Il personaggio di Claudia si percepisce come destinato alla purificazione: dopo l’incidente assume un aspetto candido, ri-pulito ‘dall’onta della puttana’. È in questo che non ho assolutamente apprezzato il film, poiché ho avvertito il giudizio della società e, anche se sono certa che non fosse il proposito degli autori, ritengo che questo possa aver prodotto agli occhi dello spettatore effetti ghettizzanti. Sembrava si contrapponesse il giusto allo sbagliato, il buono al cattivo, facendo sì che il tema ‘violenza sulle donne’ passasse in secondo piano, aprendo spunti di riflessione, più che sulla mercificazione passiva del corpo femminile sulla liceità (o dignità) dell’uso (libero e indipendente) del proprio corpo a fine di lucro.

Quale invece sarebbe potuta essere la rappresentazione della violenza sulle donne in rete? Esiste nel web ed è comprovabile una violenza simbolica, segnica e linguistica nei confronti delle donne. Violenza che si manifesta attraverso immagini denigranti in cui la donna gioca un ruolo passivo o, ancora, attraverso i rischi di falsi utenti che adescano ragazze (o ragazzi) raccontando di vite inesistenti, promettendo o ossessionando. La vita di Claudia è maggiormente legata al ruolo della escort, più che al tema della rete, l’industriale, infatti, non è un ex cliente, ma un uomo che ha adocchiato la ragazza mentre accompagnava un altro uomo a una mostra. La scelta di fare la escort poteva essere, addirittura, un modo per smentire la subalternità della donna attraverso la scelta di costruire un sé libero e scevro da condizionamenti.

Al di là, delle singole opinioni (perché è ovvio che ognuno di noi ne ha una) la vita di una escort per scelta, poteva offrire, inoltre, l’occasione di ragionare su un tema che è sempre stato di ‘attualità’: evidenziare le ragioni che inducono gli uomini ad avere così tanto bisogno di completare il pacchetto di potenza, comprando la compagnia sociale di donne bellissime, rendendole trofeo (usa e getta).
Personalmente, avrei insistito più si questo punto, allargando la visione a un’interpretazione di una società che ha ancora bisogno di autoincensarsi, attraverso lo sfoggio di donne, alla pari di quello che accadeva ai signorotti del Medioevo con le torri.

 

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