Sindrome di alienazione genitoriale tra psichiatria e legge: una battaglia sulla pelle dei figli

Da Women must go on @ Linkiesta.it

La Commissione Giustizia al Senato ha fissato per il 9 luglio il termine ultimo per la presentazione di emendamenti al DDL 957 che ha come scopo la modifica della Legge 54/2006 in materia di affido condiviso.
Il disegno di legge, che ha suscitato un forte dibattito sin dalla sua presentazione, propone delle modifiche alla legge mirando a consolidare il concetto di bigenitorialità contenuto nel testo del 2006. Si parla molto in rete (e troppo poco sui media ufficiali) dei concetti contenuti all’interno del DDL, ma, da non addetti ai lavori, sappiamo cosa effettivamente si stia discutendo in Commissione Giustizia?
Da una rapida ricerca in internet (utile per valutare la sensibilità della gente comune alle proposte della politica) si possono scorrere numerose pagine (più o meno ufficiali) in cui il disegno di legge in questione – e gli altri proposti in materia – è evidentemente diventato oggetto di scontro.


Oltre alle modifiche volte a rendere concreto l’affidamento congiunto, provvedimento che i proponenti dichiarano non essere adottato dai tribunali, vi è all’interno del DDL un passaggio ancor più complesso, che rende difficile ai non addetti ai lavori il pronunciarsi sull’effettiva legittimità del disegno. Il DDL, infatti, ha l’obiettivo di operare la legittimazione normativa della sindrome (o disturbo) di alienazione genitoriale, meglio nota come PAS (o PAD) proposta da Richard Gardner, psicoanalista, che nel 1985 (successivamente: 1987 e 1992) introdusse per la prima volta il termine.
Tale sindrome costituirebbe un disagio mentale del figlio durante i processi di separazione dei genitori. Il genitore affidatario (alienatore), infatti, attuerebbe una campagna denigratoria nei confronti dell’altro genitore (alienato) determinando, di fatto, un allontanamento violento della prole nei confronti del genitore non collocatario.

La PAS è oggetto, però, di un scontro accademico (prima che normativo) che mostra posizioni fortemente contrastanti: Houchin, Ranseen, Kash e Bartnicki, per esempio, in “The Parental Alienatione debate belongs in the Courtroom, not in DSM-5” in The Journal of the American Academy of Psychiatry (Vol. 40, N. 1, 2012, pp. 127-131) evidenziano che, nonostante il forte dibattito tra proponenti e oppositori, la PAS non è stata riconosciuta ufficialmente dalla comunità scientifica che, infatti, ha ritenuto di non inserirla nel DSM – Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Gli autori dell’articolo riconoscono, però, la possibilità che vi sia un processo di alienazione in situazione di contrasto, anzi sottolineano, che, per esempio, la tattica di reclutare persone, allineandole al proprio punto di vista e denigrando l’oppositore, è tipica dei processi politici, ma che definire una “campagna denigratoria” come disturbo mentale è processo che si confà maggiormente alle «emotions emanating from custody battles, pubblicity, and economics rather than from sound, scientific study».
Tale affermazione evidenzia, quindi, la convinzione che via sia una maggiore affinità della PAS con le aule di tribunale, piuttosto che con il mondo accademico. D’altra parte, però, altri studiosi propongono una visione molto distante da questa, cercando di dimostrare la teoria proposta da Richard Gardner.

Ramón J. Vilalta Suárez, dell’Istituto di Medicina Legale Asturiana, ha condotto infatti uno studio (descritto nell’articolo “Descripción del Síndrome de Alienación Parental en una muestra forense” – Psicothema 2011. Vol. 23, n. 4, pp. 636 – 641) per verificare se ricorrano i criteri riconducibili alla teoria di Gardner (rifiuto, critica e disprezzo) nei casi di affido analizzati. Lo studioso, a conclusione della ricerca, si dichiara a favore della possibilità di far coincidere i risultati con i criteri della PAS, sottolineando, però, che l’utilizzo di uno strumento ad hoc avrebbe necessitato di un campione superiore (il definitivo fu di 39 coppie con una media di convivenza di 7,84 anni) per confermare la sua validità psicometrica («la utilización de un instrumento ad hoc hubiera requirido un mayor tamaño de la muestra con el fin de confirmar su validez psicométrica»).

I due studi sono solo un esempio di quanto la PAS sia già oggetto di attenzione scientifica, non sono stati proposti, però, con l’idea di risolvere il quesito, ma solo per comprovare i dubbi che sorgono a un osservatore esterno comune una volta constatata una situazione tutta in divenire. Viene naturale allora chiedersi: perché se la sindrome non è stata ufficializzata scientificamente vi è l’insistenza da parte dei firmatari di ufficializzarla a livello normativo?
Nel DDL infatti si legge: « Il nuovo intervento […] ha dovuto anche tenere conto della necessità di porre fine a quei frequenti tentativi di manipolazione da parte di un genitore – di regola quello che ha maggiori spazi di convivenza – miranti ad eliminare completamente l’altro dalla vita dei figli, inducendo in essi il rifiuto di ogni contatto, un malessere indotto che va sotto il nome di Sindrome di alienazione genitoriale».

In caso di ufficializzazione, quali potrebbero essere le conseguenze in sede decisoria? Può il riconoscimento normativo della PAS modificare il destino dei figli, troppo spesso vittime di battaglie legali? Evidentemente, data l’insistenza dei proponenti, a livello giuridico la PAS potrebbe diventare uno strumento decisivo.
Mi sono interrogata a lungo sulla questione, ho cercato di documentarmi il più possibile, ma, non volendo incorrere nella diffusione di informazioni inesatte, ho ritenuto di lasciare la parola a due avvocate specializzate nella materia. Per offrire una visione paritaria, che lasci al lettore la possibilità di riflettere in maniera indipendente, ho sottoposto alle avvocate le stesse domande, concendendo loro piena libertà di sviluppare l’intervista.

Titti Carrano (Presidente presidente dell’associazione nazionale D.i.Re – donne in rete contro la violenza – e presidente del Collegio delle Garanti dell’Associazione Differenza Donna ONG di Roma) e Maria Luisa Missiaggia (Foro di Roma – Autrice del manuale “Separarsi con amore” , avvocata matrimonialista, esperta di PAS) con molta cortesia e professionalità ci offrono la possibilità di comprendere le ragioni per cui questa sindrome sia al centro di una vera e propria battaglia.
Per ragioni di spazio di pubblicazione troverete le due interviste linkate in altre pagine nel mio blog personale, per invogliarvi alla lettura, però, vi sottopongo solo un breve stralcio della prima domanda, che già vi potrà dare l’idea di quanto le due posizioni siano oppositive.

1) Che cosa è la PAS – Parental Alienation Syndrome (R.A. Gardner, 1985) e come si relazione ai DDL proposti a modifica della legge (L 54/2006) in materia di affido condiviso?

Avv. T.Carrano: «Nessuna ricerca scientifica lo prova, non è mai stata integrata nel DSM. L’Associazione degli psicologi americani sconsiglia gli psicologi forensi dall’utilizzarla; L’Asociación Española de Neuropsiquiatría l’ha definita un’”invenzione” e si è dichiarata contraria all’uso della PAS (2010) e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, per evitarne l’utilizzo. Il Dipartimento di giustizia del Canada ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità. Secondo la NDAA (National District Attorney Association) la PAS costituirebbe una teoria non dimostrata, potenzialmente in grado di minacciare l’integrità del sistema di giustizia penale e la sicurezza di bambini vittime di abusi.
La PAS si può considerare una vera e propria invenzione di Gardner.»

Avv. M.L. Missiaggia: «Nonostante la vasta diffusione del fenomeno, questo è ancora poco conosciuto dagli operatori del settore, ancora restii a sanzionare con la necessaria severità i comportamenti alienanti, forse anche perché ancora poco consci delle ripercussioni a livello psicologico e comportamentale non solo nel genitore alienante ma anche e soprattutto nel bambino. […] Si tratta pur sempre di disturbi mentali che richiederebbero una cura e un supporto di esperti altamente specializzati che intervengano all’interno della famiglia che vive una forte conflittualità. Ma cio’ che manca al nostro sistema è la tempestività dei provvedimenti che arrivano, se arrivano , troppo tardi per ottenere un effetto sperato nel soggetto danneggiato. Il genitore alienato avrà solo dopo anni una decisone della magistratura, anche se favorevole, e questo non tutela».

….buona lettura!

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