Esiste solo la madre M?

Mi  ero ripromessa di non scrivere più, non avevo avuto la forza di sopportare il ring della rete, ma qualcosa, da ieri sera, mi sta obbligando a riaprire un foglio bianco per sedimentare i miei pensieri.

L’argomento è sempre il rapporto imposto e soffocante tra Donna e Maternità, anzi tra donna e Madre. Madre con la M maiuscola, quella che secoli di cultura con occhi e bocca e mani maschili hanno dipinto,  cantato, plasmato e osannato.

Quello che sto per scrivere riceverà molte critiche perché sembrerà contraddittorio proprio perché sostenuto da una che due figli li ha, ma vorrei cercare di andare al di là delle barriere che ci costringono, vorrei sciogliere le corde che ci imbrigliano in ruoli che a volte mi sembrano costruiti come nel teatro di Pulcinella.

Cosa vuol dire essere Madre? Cosa vuol dire, soprattutto, tendere a quell’idea archetipica del concetto di Madre? Cosa è la Madre? Arriviamo a una età (si spera) matura e decidiamo di avere dei figli, fino a quel momento ognuna di noi ha vissuto la propria vita, le proprie esperienze e i propri sbattimenti. Ognuna di noi ha un carattere, eppure, una volta che la pancia comincia a crescere ci si aspetta che l’io che ci ha contraddistinto per tutta la vita precedente sia annientato dalla Madre.

Improvvisamente, per magia, dovremmo diventare pacate, risolute, affettuose, abnegate, socievoli, pazienti e, come se non bastasse, dovremmo acquisire tutti i principi della pedagogia per il solo fatto di vedere il nostro corpo modificarsi e sentire il bambino o la bambina crescere dentro di noi.

Il cambiamento fisico ed emotivo è innegabile, ma sfido chiunque di voi che non abbia avuto precedentemente, per altre ragioni,  una vita in mezzo ai bambini a sentirsi pronto a interpretare il ruolo.

Sì perché a volte sembra proprio essere così: un ruolo, una maschera, un decalogo da seguire con una certa nonchalance che non faccia trasparire paure e incertezze, stupori e preoccupazioni, eccitazione e inadeguatezza.

Come ho odiato le schiere del “si fa così” quando è nato il mio primo figlio! Come ho detestato coloro che sembravano aver passato nove mesi con la testa infilata in tutti i manuali del buon genitore! Come detesto, ancora oggi, chi sa cosa fare quando tuo figlio/a ne combina una più del diavolo e attribuisce a te ogni mancanza. E certo, sei tu la fallita! Non tu e colui con cui hai messo al mondo quella piccola peste, la fallita sei solo tu, perché questo che ti impone il teatro sociale: sei protagonista nei doveri e comparsa nei diritti.

Sì proprio tu, che alzi il dito verso coloro che decidono di non allattare, che vogliono tornare a lavoro presto, che sognano una baby sitter, che rimpiangono le serate con gli amici. Proprio tu che pensi che abnegandoti alleverai premi Nobel e salvatori dell’umanità, tu che vedi il vuoto esistenziale delle donne che non hanno fatto rigonfiare il loro ventre.

Tu, uomo o donna che sia, sei maschilista. Lasciatelo dire, lo sei perché questa cultura viene da lontano e impone qualcosa che un essere umano, a meno che non vi sia incline per carattere, non può essere. Vivere imponendosi di essere altro da sé, lasciando al genere maschile la possibilità di essere chi vuole perché si dice sia incapace geneticamente di sopportare il peso di alcune specifiche responsabilità è equivalente a mettersi una corda al collo e attaccarsi al giogo di un carnefice invisibile.  Se invece la tua natura ti porta alla completezza della maternità, al naturale sacrificio, che per te non è tale, tu sei un tipo di madre, ottima persona che farà del bene ai suoi figli, ma non la Madre!

Prendiamo in considerazione proprio l’allattamento, argomento spinoso che non tratterò da un punto di vista scientifico, ma emotivo. Ho amiche che non hanno allattato, per scelta o impossibilità,  neppure un giorno,  altre che allattano tuttora  figli tra un po’ maggiorenni, entrambe le categorie sono soggette a critiche sociali, entrambe, per ragioni diverse, vengono etichettate come egoiste, fanatiche e autoreferenziali, perché anche l’allattamento va bene quando lo fai i maniera equilibrata: 8/10 mesi, lontano da occhi indiscreti, senza fanatismi e senza ostentare troppo la tetta!

Così come lo svezzamento e l’alimentazione (prescindendo dai precetti scientifici) anche lì è facile imbattersi nei guru del ‘così si fa’. Davvero abbiamo così bisogno di omologarci per sentirci adeguate? Davvero pensiamo che esista un modo specifico per essere Madri?

Per molto tempo mi sono interrogata sui miei momenti di stanchezza, sulle nostalgie del tempo della libertà, perché, è ovvio, che se metti al mondo un essere umano la tua libertà verrà ridimensionata e i tuoi spazi ridotti. Ho riflettuto a volte con punte di auto colpevolizzazione sulla mia eventuale inadeguatezza alla maternità, ma non riesco a sentirmi incapace.

Non sono mai stata in grado di stare più di un’ora sulla stessa sedia senza almeno muovere il piede sotto il tavolo, ho sempre affrontato tutto con responsabilità e dedizione, ma nel mio modo con i miei tempi. Ecco, perché non posso essere una madre così? Perché se a volte sbuffo e dico ‘bambini ora basta a letto, mamma è distrutta!’ dovrei sentirmi incompleta? Perché se non mi butto a terra a giocare su un prato, a correre e fare sport con i miei due figli con entusiasmo sono una mamma che assolve solo ai compiti della loro sopravvivenza? Perché se in tutta la mia vita non ho mai amato i parchi, data la mia allergia, oggi dovrei considerarli unico luogo di divertimento, perché, soprattutto, quei pochi di voi che ancora staranno ancora leggendo, penseranno ‘che egoista, perché fa bene a loro!!’?  Vi chiedo, con una calma serafica che non mi contraddistingue affatto, perché non può essere il loro padre a fare tutto ciò?

Non riesco ad accettare che esista un unico tipo di figura genitoriale, rifiuto apertamente l’idea della completezza di un legame che si riduca esclusivamente al rapporto donna-bambino. Dove collochiamo i padri in tutto ciò?

Esistono padri che svolgono con disinvoltura tutte quelle attività che siamo soliti attribuire alla donna, ne esistono altri che ovviamente non hanno la stessa naturalezza, ma a mio avviso, ciò fa parte della bellissima varietà che rappresenta il genere umano. Ciò che mi è sempre sfuggito è che se il padre divide equamente i compiti con la madre, allora, di certo, sarà per sopperire le mancanze della ‘madre incompleta’.

La ‘madre incompleta’ non merita la M maiuscola, la ‘madre incompleta’ non merita i plausi di chi la incontra in strada, perché sì la ‘madre incompleta’ la sgami appena apre bocca! In un parco, quel famoso parco di cui sopra in cui alla fine è costretta ad andare se non vuole che qualcuno chiami i servizi sociali, verrà subito individuata. Appena si metterà a conversare con le altre mamme non tirerà fuori il biglietto scritto da suo figlio per la sua festa, non racconterà l’ultima marachella di sua figlia..no! Oserà magari parlare di sé e di quell’idea che le è venuta in mente la scorsa notte. Oserà dire che sua figlia, no non la veste tutta fiocchi e fiocchetti perché a lei non sono mai piaciuti, ma che se crescendo lei li chiederà, ovvio che non dirà nulla in merito. La ‘madre incompleta’ non conosce tutte le scuole del circondario con annessi luoghi ricreativi e ludoteche. La ‘madre senza M’ si dice apertamente stanca e vede subito l’occhiata di della ‘madre M’ che la fulmina.

Sia chiaro io stimo le ‘madri M’, in realtà io stimo chiunque si senta appagato con se stesso. Ciò che mi fa diventare acida e insopportabile sono le contrapposizioni e le etichette e questo senso di univocità che la società e la cultura impongono alla donna.

Non possiamo lamentarci che ancora si dica ‘gli uomini vogliono le donne perfette’ (categorizzazioni che ho sempre trovato infantili) se noi stesse ci imbrigliamo e imbrigliamo le nostre simili in categorie predefinite. Se tu madre come me, ti senti realizzata per la tua maternità, me ne compiaccio e gioirò per te, ma io non sono Mamma Meno se penso che la mia vita debba essere anche altro.

Io amo i miei figli e nessuno potrà mai dimostrare il contrario anche se spesso, sbuffando tra me e me, mi faccio scappare un ‘non ce la faccio più’! Io non ho alcuna depressione o esaurimento, sono semplicemente me stessa e mi piacerebbe che riflettessimo sulle conseguenze comuni di erigere barriere e di sparare etichette come con la prezzatrice.

E’ un piccolo gesto, ma per molte donne vale la libertà.

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