Maternita come unico fine? No, grazie!

Dati Istat dimostrano un calo demografico nel nostro paese che non si registrava dal dopoguerra. Come riportato da molti quotidiani la mortalità supera la natalità,  il numero dei figli medi per donna è di 1,35 al 2015 che si conferma il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità. L’eta media delle donne al momento del parto è salita a 31,6 anni.

La notizia avrà sicuramente destato critiche e moniti nei confronti della popolazione femminile, levando appelli contro l’istruzione degli uteri a favore della ripopolazione del suolo natio. In passato, più volte si è sottolineata l’acredine nei confronti della popolazione femminile, considerata causa di uno squilibrio sociale profondo, più volte, inoltre, si è evidenziata la demagogica crociata condotta da raffinati analisti (da bar, aggiungerei) che hanno più volte esaltato il connubio tra erudizione femminile e calo demografico, narrando la riproduzione umana come un processo di partenogenesi.

Ciò che più mi rammarica è che spesso la retorica della Donna-Madre non parta dal fronte del ‘maschilismo radicale’ ma che impregni una consistente frangia della popolazione femminile, portatrice del vessillo della ‘Maternità come unico fine’. Sembra, infatti, che si strizzi l’occhio a quel modello femminile riconducibile alle passate generazioni, come se, fare dolci in casa, cucinare con piacere e stendere una lavatrice con gioia in stile Biancaneve, potesse contribuire a riportare equilibrio nel disordine mondiale o, ancor più, accreditare al singolo capacità di distinzione genitoriale.

Personalmente amo cucinare, detesto stirare e considero l’aspirapolvere la mia migliore amica, ma questo non fa di me una madre (quasi) perfetta – mi perdonerete di sicuro il cattivo rapporto con l’asse da stiro!  Ci pensavo proprio ieri quando la maestra di mio figlio 5enne, mi diceva, sorpresa, che, nonostante la presenza costante di noi genitori, il bambino spesso  abbia atteggiamenti di irriverenza e disobbedienza  nei confronti del vivere quotidiano scolastico.

In un lampo mi sono chiesta se ciò fosse mai accaduto alle madri M, a coloro che dal levar al calar del sole sono solite esaltare le fatiche quotidiane come le gesta di un cavaliere medievale.  Moderne paladine di un sistema che le fa regine di pochi metri quadri, che le confina mentalmente a blindare ogni possibilità del sé al dovere genitoriale.

La riforma del diritto di famiglia ha abrogato la patria potestà introducendo la potestà genitoriale, ma, se il diritto ha evidenziato l’arcaicità di un modello socio-culturale, parte della società- di ambo i sessi – ha recepito l’innovazione giuridica come una disgregazione sociale. Se da un lato la maggioranza ha accolto con favore l’abolizione dell’istituto della potestà maritale con la riforma dell’art. 144 del codice civile, una buona percentuale di persone ha ritenuto che la parificazione di diritti e doveri dei coniugi sia la fonte della disgregazione sociale così come della crisi del matrimonio in senso superficialmente tradizionalistico.

La società maschilista ha esaltato il ruolo riproduttivo femminile, ma non ha riconosciuto ancora alle donne la possibilità di essere pienamente individui. In passato sono state delegate alle donne le azioni relative al mantenimento dei rapporti familiari, come se questo fosse relazionato alla civetteria da salotto tipicamente femminile. Il collante dei rapporti sociali all’interno di piccoli gruppi era, quindi, parte dei compiti della donna, capace (o obbligata) di intessere e mantenere rapporti stabili e duraturi. Questa concessione, però, è stata forse la causa di un fiorire di attività sociali svolte dalle donne che, con il passare degli anni, hanno contribuito alla loro entrata nello spazio pubblico. Mi vengono in mente, per esempio, i comitati femminili anni ’50-’60 della borghesia americana, che forse hanno giocato un ruolo politico mai pienamente riconosciuto, capaci di indirizzare intere comunità verso cause politiche che non giocavano ruoli predominanti nelle agende istituzionali.

Rossella Bufano in Partecipazione politica delle donne e strategie di rete. Dai salotti, all’associazionismo al web, ha ben descritto il ruolo politico svolto dalle donne italiane in tempi in cui la partecipazione politica effettiva, cioè il voto, era loro negato[1]. La storia dell’emancipazione femminile non si è di sicuro conclusa, è un processo ancora in fieri che incontra mine sul suo percorso tortuoso e complesso, ciò che lascia a volte sorpresi è che il ritorno alle origini sembra essere evocato proprio dalle donne, che paiono sentirsi colpevoli di poter essere altro oltre a Madri.

La genitorialità, non la maternità, è una esperienza straordinaria. Se la gestazione è prerogativa esclusiva femminile, la genitorialità è qualcosa che va costruito giorno per giorno, insieme. Non ho mai pensato che l’esclusivismo fosse costruttivo e, fino a quando relegheremo oneri e onori genitoriali alle madri, a mio avviso, faremo un torto ai nostri figli.

La società di domani, il rispetto e il senso di diritti e doveri si insegnano sin dai primi anni, la felicità di essere madre non va né negata né repressa, ma la retorica idealizzante spesso è nemica proprio del bene che vogliamo proporre perché un modello di società che spersonalizza e omologa l’individuo fa sì che colui che non arrivi al modello richiesto possa dirsi perduto.

 

[1] «Fino al 1945, dunque, la partecipazione politica avviene al di fuori delle istituzioni, in quanto le donne sono escluse dal diritto di voto, attraverso salotti, club, associazioni, attività pubblicistica (periodici volti a rivendicare diritti politici e civili delle donne e ad attuare un’educazione alla politica delle donne), per poi essere assorbita dal Regime.»

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