Quando la vittima è il carnefice: come una donna muore due volte

Stimata Redazione di Leggo.it,

scrivo in merito all’articolo di Gigi Fiore, “Imma uccisa a Terzigno, l’addio alla figlia del killer: “Amavo mamma, un giorno capirai” del 20/03/2018. Leggere questo articolo mi ha lasciata letteralmente senza parole, interamente focalizzato sul carnefice di Immacolata, sul suo “dolore”, sulla sua “disperazione”. Un articolo, a mio avviso, oltraggioso per la memoria di una donna uccisa dal marito solo perché aveva deciso di separarsi.

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Terzigno, Siracusa o qualsiasi altro luogo in Italia, una donna ogni 60 ore viene uccisa per mano del compagno e ci permettiamo di pubblicare su quotidiani, letti ogni giorno da milioni di persone, una simile lettura di un fatto che non è soltanto di cronaca nera, è un fatto che dovrebbe interessare prima di tutto la cronaca politica del nostro paese, perché, un Paese che si rispetti, dovrebbe quantomeno interrogarsi sulle ragioni sociologiche di un fenomeno così dilagante e così ripetitivo nelle sue forme e manifestazioni.

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Perché ognuno di noi sapeva che avrebbero ritrovato il killer morto? Perché ognuno di noi al ritrovamento di un cadavere di una donna, ha come primo pensiero il femminicidio? Perché, nonostante questo, si continua a guardare tutto ciò dalla prospettiva degli assassini, piuttosto che raccontare la tragedia della vittima? Perché citare familiari del carnefice,  legali del carnefice e tacere in maniera quasi faziosa il più piccolo commento di chi davvero ha subito la tragedia?

Perché divulgare l’idea che l’amore sia il movente di una simile barbarie? Perché perpetrare velatamente l’idea che non vi sia altra soluzione alla fine di una storia, se a subire questa decisione è un uomo? Avreste potuto narrare tutto ciò per decostruirlo, per scardinarlo e, invece, l’articolo si ferma lì, non insinua l’assurdità del retaggio secolare della proprietà maschile sulla donna, non denuncia la violenza che sottende simili gesti, anzi in qualche modo la compatisce, la commisera.

Perché tutto ciò? Perché questo paese non conosce altra prospettiva che quella patriarcale. Non si riesce ad accettare, più o meno apertamente,  che una donna possa lasciare il compagno, qualsiasi sia la motivazione della scelta. Ciò che stupisce ancor più che questa decisione non sia spesso incosciamente accettata anche quando la donna sia insultata, picchiata, minacciata e limitata nella propria libertà. Non si riesce semplicemente perché, accettando ciò, bisognerebbe radere al suolo un intero sistema che pone ancora al centro la concezione “archetipica” dei rapporti di coppia.

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Finché non ci renderemo conto che la violenza si insinua anche in un narrare distorto e fuorviante non riusciremo a sradicare un fenomeno che si fa via via più frequente e normalizzato.

Avremo imparato a chiamare questo tipo di omicidi con il loro specifico nome, ma gridare al femminicidio e poi scrivere frasi come “si è consumato il dramma di Pasquale, vittima di una scelta maturata nella notte di domenica” rende l’utilizzo del termine corretto quasi una beffa.

Per questo, stimata redazione, vi chiedo non solo di rettificare quanto scritto, ma di avviare un “protocollo” di narrazione del femminicidio che sia degno della memoria di chi viene barbaramente ucciso per aver osato non essere più cosa sua.

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