Ogni promessa è un debito: Caro Kahlun ti spiego perché ti ho accusato di sessismo

Da Women must go on @Linkiesta.it

Apro Twitter e mi imbatto in un post del blog Donne Viola sulla bellezza e l’imperfezione e sulla necessità di eliminare lo stereotipo che il corpo femminile sia un elemento da perfezionare, modellare e plasmare. Un post breve, ma denso, contrariato dalla mostra in vetrina in rete dei lati B dell’estate.

Poco dopo scorro ne trovo un post del ‘collega’ blogger Vito Kahlun. Ignara del contenuto, ma fiduciosa verso l’autore che seguo spesso, mi collego alla pagina del blog. Qui, però, con stupore e delusione trovo un decalogo sessista e stereotipato di consigli, da parte dell’autore, alle donne. Ho cercato di argomentare le mie critiche direttamente (perché il bello della rete è dibattere civilmente) all’autore via Twitter, ma i pochi caratteri hanno reso l’impresa ardua.

Quello che volevo comunicare all’autore che è che, a partire dal linguaggio utilizzato (fortemente incentrato su una visione maschile della donna), il suo post è percepibile come sessista, nonostante l’intento, a quanto obiettatomi direttamente da Kalhun, può essere quello di liberare la donna dalle catene di non si sa quale auto-imposizione.
Affermare che la donna sia prigioniera di schemi precostituiti, è cosa su cui concordo pienamente, ma ipotizzare che sia la donna stessa a costruire schemi limitativi a se stessa e alle proprie potenzialità sembra paradossale. Anche perché leggere “se aveste una vetrina in cui mettere in mostra una parte di voi, davvero ci mettereste le tette?” è manifestazione di una donna subordinata alla necessita si catturare l’attenzione di un occhio esclusivamente esterno e maschile: merce offerta al miglio offerente.

Spesso ci si è interrogat* sull’ipotetica complicità al sistema patriarcale delle donne che si prestano a pubblicità lesive della dignità femminile, ma si è sempre arrivat* alla conclusione che se il sistema mediatico bombarda l’utente di immagini relative a un’unica strada per le donne, la libertà diventa difficilmente raggiungibile.
I consigli del nostro autore, a mio parere quindi, liberano la donna imbrigliandola in una nuova maglia ideata da un creatore ancora una volta ‘uomo’.
La libertà è ciò che consente a un individuo di scegliere chi essere liberamente senza aderire a schemi precostituiti, tra i quali puttana, suora o monachella, morigerata, timorata di Dio, donna da scopata e donna da matrimonio.

In Jane Eyre, Charlotte Brontë fa prevalere la protagonista (descritta come dai lineamenti pronunciati) alla bellissima Blanche Ingram sul cuore di Rochester, non per esaltare la moralità dell’eroina, ma per proporre un nuovo modello di donna in cui intelligenza voglia dire consapevolezza di avere il diritto di autodeterminarsi.
Molti si chiederanno (giustamente) cosa c’entri Jane Eyre con il post di Vito Kalhun, rispondere tranquillamente nulla, ma è la seconda cosa che ho pensato quando ho letto il passaggio “Gli uomini una come Belen, nella maggior parte dei casi, non se la vogliono sposare…”. (il primo è stato “agli uomini piacciono le bionde ma poi sposano le more” che mi ha sempre fatto pensare a un tentativo di scatenare l’invidia delle more – tipo le Barbie scure che erano sempre meno importanti – nei confronti dell’iconicizzazione operata in favore delle bionde). Mi è venuta in mente Jane Eyre perché apparentemente potrebbe rispondere all’auspicio di un modello morigerato e velato auspicato da Vito Kahlun, ma al contrario rappresenta l’idea (all’epoca rivoluzionaria) di donna libera dal vincolo di s-vendersi per ottenere un matrimonio conveniente.
Paradossalmente se Charlotte Brontë auspicava una donna in grado di decidere del proprio destino, in grado di comportarsi alla pari dell’altro sesso (cosa quasi blasfema per un mondo a misura d’UOMO) utilizzando l’espediente della sua non bellezza solo come dettaglio iniziale per catturare l’attenzione del lettore dell’epoca, abituato a sognare eroine belle e di alto lignaggio come sole elette ai migliori matrimoni nobili, per poi introdurlo verso l’idea che la donna possa pretendere di creare se stessa liberamente anche – e, forse, soprattutto – al matrimonio.

Le “donne di Vito Kahlun” potranno forse ispirarsi al modello “Eyre” da istitutrice super velata, ma il loro velarsi sarà esclusivamente finalizzato a entrare nella categoria brave ragazze da sposare..esattamente tutto l’opposto di quello che Charlotte Brontë voleva per le donne nel 1847!
Come scrivevo a Vito Kahlun, non esistono donne da sposare e donne con cui fare sesso perché non vorrei che passasse l’idea (nonostante le premesse dell’autore di non voler osannare la monachella) della riedizione dell’angelo del focolare, icona della famiglia, del matrimonio e, ovviamente, della maternità.
Una come Belén (espressione, a mio avviso, irrispettosa e categorizzante), sembrerà strano, ma può impersonificare sia ‘quella’ della farfallina sia, se lo vorrà (e qui torna il nodo centrale della questione) moglie esemplare, perché gli esseri umani, nella vita reale, non recitano a soggetto!
Come più volte detto in questo blog, non esistono donne buone e donne cattive, né esistono modelli positivi e modelli negativi. Il problema, piuttosto, è che si parli più di ‘culi, tette o zinne’ sui quotidiani che della crisi in Siria…
Varrà forse il vecchio detto ‘tira più un….’? Riguardo agli omissis..a buon intenditor poche parole!

P.s. Tutto ciò, senza polemica (e con il dubbio di essere pesante!), ma soprattutto non come critica personale a Vito Kahlun che stimo. Era solo un tentativo di cercare di spiegare meglio la mia allusione al sessismo fatta direttamente all’autore.

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Bentornata Rossella Urru!

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Rossella Urru è libera! La conferma, arrivata direttamente dal Ministro Giulio Terzi, ha scatenato la gioia non solo di Samugheo (paese di Rossella), della sua famiglia, ma anche di tutte quelle persone che da ottobre stavano aspettando la sua liberazione.

Dopo la divulgazione in marzo della liberazione della cooperante e la successiva smentita da parte delle istituzioni, l’entusiasmo per la notizia odierna è stato soffocato fino all’arrivo della conferma della Farnesina.

Il caso di Rossella Urru, come quello di molte altre persone rapite nel mondo (come Giovanni Lo Porto catturato a gennaio in Pakistan), ha risvegliato nella gente un senso di profonda condivisione nei confronti della sorte della ragazza.

Molti in rete, nella speranza di tenere alta l’attenzione sul caso, hanno adottato l’immagine di Rossella come foto del profilo nei social network, facendo “voto” di non toglierla fino alla sua liberzione. Oggi, con molta gioia, torniamo alle nostre identità, quasi sentendo un senso di allontanamento da una persona cara. Ma, come già detto mesi fa nel Blogging Day per Rossella (lanciato da Sabrina Ancarola), Urru è stata un simbolo di pace, una speranza di miglioramento, perché ha rappresentato quel coraggio di voler cambiare il mondo dal basso,  producendo negli altri quella sana umanità che colpisce per empatia e che ha reso possibile per molti, oggi, il riscoprirsi capaci di commovuoversi dopo aver appreso che l’incubo di Rossella, dopo nove lunghi mesi, è finito.

Personalmente, ammetto di essermi sentita stupida e felice al tempo stesso nel vedere la pelle accaponarsi e sentire gli occhi riempirsi di lacrime nel leggere la notizia della conferma di Terzi. Ho pensato alla felicità (quella vera) dei parenti di Rossella e mi sono vista un po’ come quei mitomani che cercano sempre di essere in prima fila negli eventi pubblici. Ma poi con grande gioia (e poco stupore) ho “incontrato” molte persone che avevano avuto la mia stessa emozione e ho capito che Rossella Urru in questi mesi ci ha regalato qualcosa che in questi tempi è un bene prezioso: un po’ di sincera solidarietà collettiva.

Sarà stata l’espressione (visibile dalle foto) di chi prova gioia nel fare per gli altri o la semplice insofferenza nei confronti dell’ingiusto destino che punisce chi si dà, fatto sta che Rossella Urru è entrata nei cuori delle persone, facendosi spazio e lasciando qualcosa.

Rossella, ci ha reso un po’ più umani e per questo, ringraziandola, le auguro di poter riabbracciare la sua famiglia, nella speranza che anche Lo Porto possa fare presto lo stesso.

Bentornata Rossella!

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WMGON aderisce a non sono un #mediacomplice

“Quando una donna è assassinata #nonraccontoscuse!

AAAdotta il bollino!

 

Autrice: Anarkikka

A tutti i media, bloggers, mezzi di informazione, utenti del web: assumiamoci la responsabilità di cambiare il linguaggio utilizzato nel raccontare l’assassinio di una donna! Basta con i soliti aggettivi che implicitamente tendono a giustificare la violenza nei confronti delle donne: geloso, abbandonato, solo, disperato…

Il bollino è a disposizione di quanti vogliano condividerlo,
ad indicare la vostra adesione!”

Dall’evento Facebook che spero riceverà adesioni da moltissim* blogger!

Un piccolo gesto per una lotta che ci coinvolge tutt*!

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Sindrome di alienazione genitoriale tra psichiatria e legge: una battaglia sulla pelle dei figli

Da Women must go on @ Linkiesta.it

La Commissione Giustizia al Senato ha fissato per il 9 luglio il termine ultimo per la presentazione di emendamenti al DDL 957 che ha come scopo la modifica della Legge 54/2006 in materia di affido condiviso.
Il disegno di legge, che ha suscitato un forte dibattito sin dalla sua presentazione, propone delle modifiche alla legge mirando a consolidare il concetto di bigenitorialità contenuto nel testo del 2006. Si parla molto in rete (e troppo poco sui media ufficiali) dei concetti contenuti all’interno del DDL, ma, da non addetti ai lavori, sappiamo cosa effettivamente si stia discutendo in Commissione Giustizia?
Da una rapida ricerca in internet (utile per valutare la sensibilità della gente comune alle proposte della politica) si possono scorrere numerose pagine (più o meno ufficiali) in cui il disegno di legge in questione – e gli altri proposti in materia – è evidentemente diventato oggetto di scontro.


Oltre alle modifiche volte a rendere concreto l’affidamento congiunto, provvedimento che i proponenti dichiarano non essere adottato dai tribunali, vi è all’interno del DDL un passaggio ancor più complesso, che rende difficile ai non addetti ai lavori il pronunciarsi sull’effettiva legittimità del disegno. Il DDL, infatti, ha l’obiettivo di operare la legittimazione normativa della sindrome (o disturbo) di alienazione genitoriale, meglio nota come PAS (o PAD) proposta da Richard Gardner, psicoanalista, che nel 1985 (successivamente: 1987 e 1992) introdusse per la prima volta il termine.
Tale sindrome costituirebbe un disagio mentale del figlio durante i processi di separazione dei genitori. Il genitore affidatario (alienatore), infatti, attuerebbe una campagna denigratoria nei confronti dell’altro genitore (alienato) determinando, di fatto, un allontanamento violento della prole nei confronti del genitore non collocatario.

La PAS è oggetto, però, di un scontro accademico (prima che normativo) che mostra posizioni fortemente contrastanti: Houchin, Ranseen, Kash e Bartnicki, per esempio, in “The Parental Alienatione debate belongs in the Courtroom, not in DSM-5” in The Journal of the American Academy of Psychiatry (Vol. 40, N. 1, 2012, pp. 127-131) evidenziano che, nonostante il forte dibattito tra proponenti e oppositori, la PAS non è stata riconosciuta ufficialmente dalla comunità scientifica che, infatti, ha ritenuto di non inserirla nel DSM – Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Gli autori dell’articolo riconoscono, però, la possibilità che vi sia un processo di alienazione in situazione di contrasto, anzi sottolineano, che, per esempio, la tattica di reclutare persone, allineandole al proprio punto di vista e denigrando l’oppositore, è tipica dei processi politici, ma che definire una “campagna denigratoria” come disturbo mentale è processo che si confà maggiormente alle «emotions emanating from custody battles, pubblicity, and economics rather than from sound, scientific study».
Tale affermazione evidenzia, quindi, la convinzione che via sia una maggiore affinità della PAS con le aule di tribunale, piuttosto che con il mondo accademico. D’altra parte, però, altri studiosi propongono una visione molto distante da questa, cercando di dimostrare la teoria proposta da Richard Gardner.

Ramón J. Vilalta Suárez, dell’Istituto di Medicina Legale Asturiana, ha condotto infatti uno studio (descritto nell’articolo “Descripción del Síndrome de Alienación Parental en una muestra forense” – Psicothema 2011. Vol. 23, n. 4, pp. 636 – 641) per verificare se ricorrano i criteri riconducibili alla teoria di Gardner (rifiuto, critica e disprezzo) nei casi di affido analizzati. Lo studioso, a conclusione della ricerca, si dichiara a favore della possibilità di far coincidere i risultati con i criteri della PAS, sottolineando, però, che l’utilizzo di uno strumento ad hoc avrebbe necessitato di un campione superiore (il definitivo fu di 39 coppie con una media di convivenza di 7,84 anni) per confermare la sua validità psicometrica («la utilización de un instrumento ad hoc hubiera requirido un mayor tamaño de la muestra con el fin de confirmar su validez psicométrica»).

I due studi sono solo un esempio di quanto la PAS sia già oggetto di attenzione scientifica, non sono stati proposti, però, con l’idea di risolvere il quesito, ma solo per comprovare i dubbi che sorgono a un osservatore esterno comune una volta constatata una situazione tutta in divenire. Viene naturale allora chiedersi: perché se la sindrome non è stata ufficializzata scientificamente vi è l’insistenza da parte dei firmatari di ufficializzarla a livello normativo?
Nel DDL infatti si legge: « Il nuovo intervento […] ha dovuto anche tenere conto della necessità di porre fine a quei frequenti tentativi di manipolazione da parte di un genitore – di regola quello che ha maggiori spazi di convivenza – miranti ad eliminare completamente l’altro dalla vita dei figli, inducendo in essi il rifiuto di ogni contatto, un malessere indotto che va sotto il nome di Sindrome di alienazione genitoriale».

In caso di ufficializzazione, quali potrebbero essere le conseguenze in sede decisoria? Può il riconoscimento normativo della PAS modificare il destino dei figli, troppo spesso vittime di battaglie legali? Evidentemente, data l’insistenza dei proponenti, a livello giuridico la PAS potrebbe diventare uno strumento decisivo.
Mi sono interrogata a lungo sulla questione, ho cercato di documentarmi il più possibile, ma, non volendo incorrere nella diffusione di informazioni inesatte, ho ritenuto di lasciare la parola a due avvocate specializzate nella materia. Per offrire una visione paritaria, che lasci al lettore la possibilità di riflettere in maniera indipendente, ho sottoposto alle avvocate le stesse domande, concendendo loro piena libertà di sviluppare l’intervista.

Titti Carrano (Presidente presidente dell’associazione nazionale D.i.Re – donne in rete contro la violenza – e presidente del Collegio delle Garanti dell’Associazione Differenza Donna ONG di Roma) e Maria Luisa Missiaggia (Foro di Roma – Autrice del manuale “Separarsi con amore” , avvocata matrimonialista, esperta di PAS) con molta cortesia e professionalità ci offrono la possibilità di comprendere le ragioni per cui questa sindrome sia al centro di una vera e propria battaglia.
Per ragioni di spazio di pubblicazione troverete le due interviste linkate in altre pagine nel mio blog personale, per invogliarvi alla lettura, però, vi sottopongo solo un breve stralcio della prima domanda, che già vi potrà dare l’idea di quanto le due posizioni siano oppositive.

1) Che cosa è la PAS – Parental Alienation Syndrome (R.A. Gardner, 1985) e come si relazione ai DDL proposti a modifica della legge (L 54/2006) in materia di affido condiviso?

Avv. T.Carrano: «Nessuna ricerca scientifica lo prova, non è mai stata integrata nel DSM. L’Associazione degli psicologi americani sconsiglia gli psicologi forensi dall’utilizzarla; L’Asociación Española de Neuropsiquiatría l’ha definita un’”invenzione” e si è dichiarata contraria all’uso della PAS (2010) e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, per evitarne l’utilizzo. Il Dipartimento di giustizia del Canada ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità. Secondo la NDAA (National District Attorney Association) la PAS costituirebbe una teoria non dimostrata, potenzialmente in grado di minacciare l’integrità del sistema di giustizia penale e la sicurezza di bambini vittime di abusi.
La PAS si può considerare una vera e propria invenzione di Gardner.»

Avv. M.L. Missiaggia: «Nonostante la vasta diffusione del fenomeno, questo è ancora poco conosciuto dagli operatori del settore, ancora restii a sanzionare con la necessaria severità i comportamenti alienanti, forse anche perché ancora poco consci delle ripercussioni a livello psicologico e comportamentale non solo nel genitore alienante ma anche e soprattutto nel bambino. […] Si tratta pur sempre di disturbi mentali che richiederebbero una cura e un supporto di esperti altamente specializzati che intervengano all’interno della famiglia che vive una forte conflittualità. Ma cio’ che manca al nostro sistema è la tempestività dei provvedimenti che arrivano, se arrivano , troppo tardi per ottenere un effetto sperato nel soggetto danneggiato. Il genitore alienato avrà solo dopo anni una decisone della magistratura, anche se favorevole, e questo non tutela».

….buona lettura!

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Sindrome di Alienazione Genitoriale: le avvocate Carrano e Missiaggia rispondono

1) Che cosa è la PAS – Parental Alienation Syndrome (R.A. Gardner, 1985) e come si relazione ai DDL proposti a modifica della legge (L 54/2006) in materia di affido condiviso?

Avv. Carrano: «La Sindrome di Alienazione Parentale (PAS), secondo le teorie di Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali. La PAS, secondo Gardner, sarebbe prodotta da una  “programmazione” dei figli da parte di un genitore alienante (che nella stragrande maggioranza dei casi è, secondo Gardner, sempre la madre). Una sorta di lavaggio del cervello che porterebbe i figli ad odiare il genitore anche con l’utilizzo di  false accuse di violenza o abuso sessuale a carico del padre.

Nessuna ricerca scientifica lo prova, non è mai stata integrata nel DSM. L’Associazione degli psicologi americani sconsiglia gli psicologi forensi dall’utilizzarla; L’Asociación Española de Neuropsiquiatría l’ha definita un’”invenzione” e si è dichiarata contraria all’uso della PAS (2010 ) e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, per  evitarne l’utilizzo. Il Dipartimento di giustizia del Canada  ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità. Secondo la NDAA (National District Attorney Association) la PAS costituirebbe una teoria non dimostrata, potenzialmente in grado di minacciare l’integrità del sistema di giustizia penale e la sicurezza di bambini vittime di abusi.

La PAS si può  considerare una vera e propria invenzione di Gardner.

Vorrei anche precisare Gardner aveva dichiarato falsamente di essere professore di Psichiatria Infantile alla Columbia University.  Alla morte di Gardner, The New York Times pubblicò il necrologio, dando notizia del decesso del Prof. Richard A. Gardner  della Columbia University  e alcuni giorni dopo il giornale dovette rettificare la notizia,  precisando che il dott. Richard Gardner  era solo un volontario non retribuito. Sconcertanti sono anche le dichiarazioni di Gardner sul tema della pedofilia, arrivando addirittura a giustificarla.

Nonostante ciò in Italia molti medici, psicologi, assistenti sociali e avvocati, continuano a servirsi di questi concetti   non scientifici per modificare l’affidamento dei minori, quando nel corso dalla separazione gli stessi rifiutino il rapporto con un genitore. Assistiamo ad  una massiccia campagna di propaganda in favore della PAS che va da convegni, a corsi organizzati da associazioni di psicologi giuridici, criminologi o psichiatri forensi,  ordini professionali, ecc. Un vero e proprio indottrinamento sociale che mira alla creazione di una realtà fittizia che vuole tutte le madri malevoli e alienanti a danno dei padri che a causa delle ex-mogli finiscono sul lastrico».

Avv. Missiaggia: «La sindrome di alienazione parentale è una forma di disagio mentale del genitore collocatario (alienatore) che, nell’utilizzo del figlio quale parte attiva, pone in essere una battaglia volta alla denigrazione e alla demolizione dell’altra figura genitoriale (alienato). Richard A. Gardner, considerato il padre della SAP, diceva che non è solo di un “semplice lavaggio di cervello” ma il minore infatti fornisce lui stesso un suo personale contributo: non a caso, una delle caratteristiche principali della SAP è il sostegno da parte del bimbo al genitore alienante in tale conflitto e il totale rifiuto di contatti con l’altro genitore.

Nonostante la vasta diffusione del fenomeno, questo  è ancora poco conosciuto dagli operatori del settore, ancora restii a sanzionare con la necessaria severità i comportamenti alienanti, forse anche perché ancora poco consci delle ripercussioni a livello psicologico e comportamentale non solo nel genitore alienante ma anche e soprattutto nel bambino.

Nel disegno di legge 957, in questi giorni in discussione alla Commissione di giustizia del Senato, si propone di introdurre per legge la PAS, con la seguente previsione normativa: “il comprovato condizionamento della volontà del minore, in particolare se mirato al rifiuto dell’altro genitore, costituisce inadempienza grave, che può comportare l’esclusione dell’affidamento”.

In tale norma si paventa l’opportunità di sanzionare il genitore alienante fino ad arrivare all’ esclusione dell’affidamento; in tal modo si apre la possibilità di limitare tutte quelle condotte dannose al minore, con il tentativo di recuperare il rapporto con l’altra figura genitoriale anche se le situazioni di SAP, in particolare, hanno la necessità di essere trattate con il contributo di esperti che cerchino di lasciare fuori dalle aule del tribunale. Si tratta pur sempre di disturbi mentali che richiederebbero una cura e un supporto di esperti altamente specializzati che intervengano all’interno della famiglia che vive una forte conflittualità.   Ma cio’ che manca al nostro sistema è la tempestività dei provvedimenti che arrivano, se arrivano , troppo tardi per ottenere un effetto sperato nel soggetto danneggiato. Il genitore alienato avrà solo dopo anni una decisone della magistratura, anche se favorevole, e questo non tutela».

2) Qualora fosse ufficializzata la PAS a livello normativo (nonostante non sia ancora stata inserita nel DSM – Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), quali potrebbero essere le conseguenze sull’affido in sede decisoria?

Avv. Missiaggia: «Sicuramente la previsione di una norma specifica che si occupasse di PAS, aiuterebbe molto ad avere maggiore attenzione a una patologia ancora poco conosciuta ma rischiosa perché compromette la crescita equilibrata del figlio, senza dimenticarci poi che è lo stesso genitore alienante che soffre di una patologia che va curata. Vi sono infatti dei comportamenti nel minore sintomatici di tale disagio, quali la mancanza di sensi di colpa, la convinzione del bambino di aver elaborato una propria visione negativa senza aver subito alcuna influenza da parte del genitore alienante. In realtà, tale violenza emotiva subita dal minore si riflette inevitabilmente nella vita presente e futura: spesso in questi giovani, soprattutto nella fase adolescenziale, si riscontrano forti disagi nel rapportarsi ad altre figure quali insegnanti o datori di lavoro. Ciò dipende da un indebolimento della capacità personale di interagire correttamente con terzi con cui non vi è un rapporto di dipendenza psicologica. E quindi auspicabile sicuramente che venga dedicata al tema maggiore attenzione, non solo dal punto di vista clinico e psicologico ma anche legale: pertanto, qualora venisse riconosciuta la PAS a livello legislativo mi auguro che si cerchi di lasciare la crisi familiare al di fuori dalle aule del tribunale, lontano dall’ambiente che, più, di ogni altro sembra essere causa dell’aggravamento del conflitto».

Avv. Carrano: «Sulla base della diagnosi di una malattia che non esiste il giudice, senza valutare altri elementi ai sensi dell’art. 155 c.c, sarebbe costretto ad escludere dall’affidamento il genitore (la madre) dalle decisioni relative ai figli e dal diritto di visita nei confronti dei figli. E ciò accadrebbe in aperta violazione delle garanzie costituzionali ex art. 111 della  Costituzione».

3) L’ufficializzazione normativa della PAS potrebbe prestarsi a strumentalizzazioni legali per la determinazione dell’affido?

Avv. Carrano: «Sicuramente  e mi chiedo quale sarà il futuro  delle donne che subiscono violenza in famiglia e dei loro figli e figlie  minorenni? Tutte le denunce per violenza in famiglia saranno considerate strumentali e non si considera che per una donna denunciare è una scelta anche dolorosa per uscire da una situazione e da una vita di violenza insieme ai loro figli. Sono quasi 14.000 le donne che si rivolgono ai 60 centri antiviolenza aderenti a D.i.Re, Donne in rete contro la violenza. La violenza domestica, purtroppo,  è una realtà ancora oggi molto diffusa e non denunciata ed è secondo l’Onu la causa del 70% dei femminicidi. Voglio ricordare che dall’inizio del 2012 ad oggi sono state uccise 62 donne solo perché donne. Non si tratta di omicidi passionali o di raptus. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di una serie di episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica.

Anche le Nazioni Unite, attraverso il Comitato Cedaw, nel rapporto finale al Governo Italiano hanno  evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono “attitudini socio- culturali che condonano la violenza domestica” e hanno chiesto al governo italiano diassicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione e la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale” infine,  hanno espresso preoccupazione per l’immagine della donna in Italia quale oggetto sessuale.  E’ proprio negli stereotipi che trova terreno e spazio la violenza contro le donne».

Avv. Missiaggia: «Soprattutto nel nostro Paese, il principio di affidamento condiviso dei figli sancito dalla legge si scontra con una realtà in cui il 90% dei casi i figli minori vengono affidati e collocati alla madre, ed il padre corre il rischio di esse totalmente escluso non solo dall’affidamento, ma anche dalla vita del proprio figlio. Nonostante i numerosi rischi che possono correre i minori, spesso i tribunali e gli operatori del settore sono ancora restii a sanzionare con la necessaria severità i comportamenti alienanti, forse perché ancora poco consci delle ripercussioni a livello psicologico e comportamentale nel minore. Pertanto, credo che il riconoscimento normativo della PAS sia un atto dovuto che aprirebbe la strada per conoscere un fenomeno che ha una potenzialità distruttiva della famiglia che si ripercuote anche a livello sociale. Purtroppo, però, ripeto che noto che soprattutto in Italia si ha poca conoscenza di tale sindrome, ci sono pochi studi e pochissimi dati utili».

4) Nella sua carriera di legale ha avuto occasione di stilare una casistica personale legata a possibili casi riconducibili alla teoria dell’alienazione genitoriale?

Avv. Missiaggia:  – Nessuna risposta –

Avv. Carrano: «Non ci sono casi riconducibili alla presunta sindrome di alienazione genitoriale. Ci sono, invece, tantissimi casi di bambini e bambine che rifiutano di vedere e incontrare il padre  perché ne hanno paura, perché per anni hanno assistito alle violenze che il proprio padre riservava alla propria madre.

Troppo spesso, purtroppo, questo tipo di violenza psicologica sui bambini testimoni di violenza viene sminuita e si attribuisce la responsabilità dei disagi del bambino ad una generica conflittualità tra genitori ed alla separazione dei coniugi e non alla situazione di maltrattamenti subiti dalla loro madre.

E’ indispensabile riconoscere che i maltrattamenti in famiglia non sono “liti tra coniugi”, ma sono veri e propri reati che ledono l’integrità fisica e psichica delle vittime e che il bambino che assiste alla violenza è egli stesso vittima di violenza.

Nel codice civile non è specificato cosa è il pregiudizio per il minore e  manca una norma che faccia esplicito riferimento alla violenza assistita. E’ necessario di volta in volta ricorrere a  un’interpretazione “di tipo evolutivo”. Si tratta di un’opzione che lascia molto arbitrio e spesso non viene  riconosciuta la violenza assistita. Non si  garantisce una protezione.

Nella mia esperienza di avvocata delle donne vittime di violenza in famiglia posso dire che in alcuni casi il Tribunale per i Minorenni di Roma ha riconosciuto questa grave forma di maltrattamento sui minori, intervenendo con provvedimenti di decadenza della potestà genitoriale in presenza di maltrattamenti sulla madre.

Altre volte è accaduto che il rifiuto del bambino di incontrare il padre maltrattante viene interpretato  dal tribunale non come conseguenza del maltrattamento assistito ma come volontà della madre di distruggere la figura paterna (PAS).  In un caso il Tribunale per i Minorenni di Roma ha disposto che una  minore  venisse “immediatamente collocata presso un centro specialistico” per ricevere terapie per il recupero della figura paterna. Il padre è stato condannato per maltrattamenti nei confronti della madre.

In un altro caso  il Tribunale per i Minorenni di Roma ha disposto l’affido condiviso del bambino e lo ha collocato  presso il padre. Questo uomo è stato più volte condannato per maltrattamenti. Ora questo uomo è scappato e ha portato via con sé il figlio e sono mesi che non si ha alcuna notizia di loro.

Ancora il Tribunale Civile di Roma  ha disposto l’affidamento condiviso di una bambina regolamentando le visite  tra padre e figlia nonostante l’uomo sia stato condannato per gravi maltrattamenti ai danni della moglie e dei figli ed è stato dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale».

5)Da giurista, qual è la sua posizione nei confronti della sindrome (o disturbo) da alienazione genitoriale?

Avv. Carrano: «Questa sindrome non esiste. E’ utilizzata in modo strumentale all’interno dei procedimenti giudiziari e nasconde, invece, realtà ben più gravi.

I DDL attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato,  che vogliono introdurre questa sindrome come causa di esclusione dell’affidamento condiviso, più che attuare un principio di bigenitorialità condivisa, cancellano l’interesse del minore.

Il ddl 957  presenta evidenti profili  di illegittimità anche costituzionale.  Per esempio, non si prende assolutamente in considerazione l’interesse del minore che scompare completamente nel 2° comma dell’art. 155 e ciò in palese contrasto  con tutte le convenzioni internazionale in materia: la Convenzione di New York, Trattato di Lisbona con richiamo alla Carta di Nizza e gli stessi principi costituzionali del nostro ordinamento (art. 30 e 31 della Costituzione).  Pensiamo alla previsione contenuta nella modifica dell’art. 155 bis c.c. della possibilità del giudice di collocare il minore in caso di “gravi motivi”, che non vengono definiti, in un “istituto di rieducazione” che sono stati  aboliti  con legge 149/2011.

Grave è anche l’imposizione obbligatoria della mediazione familiare con la conseguente penalizzazione del genitore che sarà ritenuto colpevole di averne procurato l’insuccesso.

Tutte queste previsione non tutelano le tante donne e i tantissimi bambini e bambine vittime di violenze  in ambito familiare. Moltissime donne, temendo di  essere escluse dall’affidamento dei loro figli, decideranno di non denunciare i maltrattamenti che subiscono insieme ai  loro figli».

Avv. Missiaggia: «In qualità di madre e moglie separata, prima ancora che di avvocato e mediatrice familiare, mi auspico che si dedichi maggiore attenzione a tali fenomeni che di rado vengono allo scoperto; nelle cronache giudiziarie sono frequenti i casi di padri inadempienti, che si sottraggono ai propri doveri; però è scarsa l’attenzione dei media per le ipotesi in cui i padri adempiono regolarmente i propri obblighi, mentre le madri ingaggiano una guerra nei loro confronti che hanno come scopo quello di fare del minore una proprietà esclusiva da cui il padre è tagliato fuori. Non è raro che le cronache diano la notizia di gesti eclatanti compiti da genitori, specialmente da padri, che hanno portato all’estremo una situazione familiare di per sé fortemente compromessa. Di questi casi dovrebbe indirettamente ritenersi responsabile anche un sistema sociale e di giustizia, che molto spesso si presenta poco efficace e attento. Sicuramente, ritengo che una possibile soluzione a tali disagi familiari può essere offerta dai centri di mediazione familiare, in cui la dimensione di famiglia composta da almeno tre membri può essere recuperata, aiutando tutte le componenti del nucleo familiare a superare un episodio traumatico quale può essere la separazione».

 

Maria Luisa Missiaggia: laureata in Giurisprudenza nel 1990 con 110/110 presso l’Università La Sapienza di Roma, è oggi avvocato matrimonialista specializzato in diritto di famiglia ed esercita a Roma.
Iscritta all’albo degli Avvocati di Roma dal 1992, collabora presso i più acclarati studi di diritto Italiano e internazionale della città di Roma e Palermo e cura, presso il Suo Studio in Roma, Via Veneto, 108 corsi di formazione professionale diretti a separati, separandi, coppie, laureandi e laureati in ordine a materie attuali quali stalking, mobbing familiare e SAP.
Cura la mediazione della coppia, unitamente ad una psicologa dello Studio nella risoluzione dei conflitti familiari. Parla un Inglese discorsivo e tratta separazioni e divorzi anche nel territorio europeo. Partecipa con successo al Corso di Inglese”City of London of Polytechnic”, conseguendo altresì un Master presso la Wall Sreet Institute in Roma con rilascio di rispettivi attestati.
Ottiene la specializzazione con un Master di diritto tributario presso l’università LUISS di ROMA.  Affianca attori di fama internazionale come layer press agent a seguito di un Master in contrattualistica dello spettacolo, cinema e teatro
Sceglie di operare nel settore della Mediazione familiare a seguito di attenti studi sulla persona uomo donna in relazione affettiva e comportamentale al fine di trovare metodi di risoluzione efficaci ed alternativi al conflitto.
Consegue in Roma pertanto il Master in mediazione familiare presso ANF (Associazione Nazionale Forense).

Titti Carrano, presidente dell’associazione nazionale D.i.Re – donne in rete contro la violenza – e presidente del Collegio delle Garanti dell’Associazione Differenza Donna ONG di Roma. Avvocata, esperta di diritto civile di famiglia, responsabile del settore civile minorile dell’Ufficio Legale di Differenza Donna, esercita la sua attività professionale a Roma e da anni è impegnata a difendere i  diritti delle donne e dei minori vittime di violenza. Curatrice speciale di minori vittime di maltrattamenti, abusi, in stato di abbandono  e  vittime della tratta su nomina del Tribunale per i Minorenni di Roma e della Corte d’Appello di Roma.  Ha collaborato alla redazione del Rapporto Ombra “lavori in corsa: 30 anni CEDAW” in merito allo stato di attuazione da parte dell’Italia della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW) in riferimento al VI rapporto presentato dal Governo Italiano nel 2009 – in giugno 2011. Docente a corsi e seminari  di prevenzione alla violenza sulle donne e i minori anche presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione – Università degli Studi di Roma “Roma Tre”.

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Dire donna non è dire madre, ma affermarlo sa di sovversivo

Da Women must go on @Linkiesta.it

L’Italia non è un paese per madri: ad affermarlo è il Rapporto sullo stato delle madri nel mondo di Save the Children, che ha bocciato il nostro Paese come un luogo in cui le donne non ricevono assistenza e tutela adeguata da rendere facilmente programmabile una potenziale maternità.

Proprio in questi giorni, prima di conoscere i dati inquietanti del Rapporto, proponevo sulla mia pagina Facebook un dibattito tra ‘amici’ circa la mia avversione all’equivalenza donna=mamma (o peggio ancora donna ‘se e solo se’ mamma) poiché avversavo l’idea che l’istinto materno sia una peculiarità insita nel sesso femminile. Immagino, infatti, la maternità come una potenzialità della donna, non come condizione obbligatoria legata a un processo biologico, volto come mi è stato fatto notare, al mantenimento della specie.

Essendo entrata in medias res nelle mie elucubrazioni mentali, cerco di dare un ordine logico alle considerazioni che vorrei proporvi: ha senso dire che una donna non sia completa senza un figlio? E ancora, le difficoltà che connotano la vita di una donna in Italia, possono essere ridotte alla difficoltà, oggettiva e comprovata, di mettere in atto un eventuale desiderio di maternità?
Ho letto considerazioni di uomini che, riassumendo (anche se il riassunto è spesso forviante), giudicano immatura la donna che decida, a seguito di considerazioni circa la propria predisposizione, di non fare figli. Ma, possiamo accusarla di egoismo se non si sente in grado di abnegarsi? E, dato il mutare dei tempi, possiamo negarle la possibilità di far coesistere maternità e autodeterminazione, senza che la si continui a bollare come madre snaturata?

Pensavo che le categorizzazioni fossero cosa obsoleta, ma mi sbagliavo. Leggendo i commenti di persone erudite e intelligenti, è chiaro che persistano delle categorie astratte che stentano a scomparire.
La donna o è bella e superficiale (spesso rifatta, palestrata e abbandona-figli alla baby sitter di turno) o è dimessa, lavoratrice, ma comunque abbandona-figli al nido (visto come più popolare). Altrimenti, diventa un mostro senza sentimenti che assume le connotazioni maschili del tycoon, diventando figura mitologica dal corpo di donna e cuore di uomo.

Possibile che non si riesca a decostruire una società che si fonda su stereotipi e categorie?
I dati del Rapporto purtroppo dimostrano che la donna soffre di una ghettizzazione lavorativa e sociale che la conduce a perseguire scelte obbligate su quale habitus adottare: la madre o la donna in carriera (che assume spesso una connotazione ironico-dispregiativa) o la ‘sex symbol frutta soldi’. Il suo corpo viene frammentato in parti, che poi retoricamente parlando, la rappresentano nella sua interezza. Il linguaggio che narra il suo corpo abusa della figura retorica della sineddoche, la parte per il tutto: a volte un seno mozzafiato (come nel caso di Denise Milani) e altre un utero-incubatrice. E’ quello che il narratore vede in lei, ma che lei stessa, nello specchio non riconosce. Ricorda le donne di Picasso: molte sfaccettature in un unico corpo, che l’osservatore, però, non riconosce come ‘multifunzionale’ e che rifiuta possa appartenere a più ‘categorie’ simultaneamente.

Nonostante le battaglie civili, il retroscena culturale che ha generato immagini stereotipate esiste e persiste. La donna assume i ruoli che la visione patriarcale le ha concesso: da immacolata genitrice a giocattolo sessuale, mera pedina: strumento procreativo o di piacere. Persiste, altresì, una visione che tutela il sesso maschile nella libertà di autodeterminarsi senza pagare il conto: ci si è mai interrogati seriamente sul fatto per cui non esista una sinonimia linguistica tra uomo e padre? Perché si concede all’uomo la libertà responsabile di decidere di diventare padre, in base alle sue predisposizioni, senza giudicarlo se considera se stesso inadatto alla paternità?

La maternità è sì un’esperienza unica, è vero che un figlio arricchisce la vita, la cambia e la stravolge, ma non tutte le persone sono attirate da questa ricchezza e, quando faremo cadere l’ipocrisia, capiremo che privarsi di una potenzialità non è egoismo, ma gesto responsabile e generoso nei confronti dell’eventuale vita di un bambino.

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Le istituzioni diano un segnale in tema di violenza sulle donne

da Women must go on@Linkiesta.it

In Italia il 2012 si sta distinguendo per  l’innalzamento di violenza contro le donne: 54 dall’inizio dell’anno uccise dal partner per motivi che, come detto più volte, i media imputano a ‘gelosia’, ‘passione’ o ‘troppo amore’.

Vanessa Scialfa, 20 anni, è l’ultima vittima della mattanza. A quanto si apprende, strangolata dal convivente per aver pronunciato in un momento di intimità il nome di un ex. Gettata, poi, da un cavalcavia come materiale inquinante di cui è difficile disfarsi.

Un essere umano, non un numero! Una donna la cui breve vita è stata stroncata dalla violenza dell’aguzzino mai immaginato. Una ragazza a cui è stato negato il diritto di costruire un futuro, vittima impotente dell’umana bestialità.

Molte sono le persone che invocano una presa di posizione da parte delle istitutizioni che, oggi,  sembrano essere indifferenti rispetto a quella che è diventata una “pratica” di fine relazione: l’omicidio. Si chiede l’introduzione del femminicidio nel codice penale, ripercorrendo l’iter legislativo proposto dal recente disegno di legge argentino.

L’Argentina ha, infatti, approvato la possibilità di  imputare all’assassino, laddova sussistano i requisiti, l’aggravante di omicidio di genere, che evidenzi una violenza perpetrata contro la donna in quanto tale.

Nonostante, sopratutto le donne e le associazioni che si battono contro la violenza di genere, abbiano salutato la modifica del codice penale argentino come un segnale di progresso, altri commentatori (si vedano i commenti all’articolo linkato) hanno interpretato l’introduzione legislativa come una valutazione di superiorità del corpo femminile, definendo il disegno di legge come sessista e iniquo.

Non essendo questa la sede adatta a disquisire sulla legittimità di un disegno di legge di un ordinamento, per altro, straniero, si fa appello alle autorità competenti di farsi carico di delineare un’ipotesi legislativa, equa per ogni soggetto, che possa fungere da deterrente alla violenza, senza ledere l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, meditando nel contempo sui fattori socio-culturali che sono alla base di quella che è una vera e propria emergenza sociale.

118 giorni dall’inizio del 2012, 54 donne uccise per mano di uomo cui erano legate sentimentalmente. Ignorare, a questo punto, equivale a rendersi complici e noi, non vogliamo esserlo.

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